Il Giocatore (1866) di Fedor Dostoevskij

ImmagineInizio subito col dire che questo romanzo mi ha permesso di riappacificarmi con Dostoevskij dopo la lettura sicuramente poco attenta e interessata dei Demoni. Il romanzo è raccontato in prima persona da quello che sarà poi il vero protagonista del romanzo, Aleksej Ivanovic. Il racconto come è tipico dell’autore non fornisce subito tutti gli elementi storici della vicenda ma permette di scoprirli durante la lettura; questo espendiente dona al racconto quel senso di vortice verso il basso tipico sia dell’autore che del gioco d’azzardo.
La cosa più interessante presente nel giocare è come alcuni personaggi cambino la loro valenza una volta entrati a contatto con il gioco; la prima a farne le spese è le vecchia nonna del Generale. Arrivata all’albergo a sorpresa sembra essere inizialmente l’unica dotata di ragione della compagnia, dispensa opinioni, il più delle volte azzeccate, sulle persone che circondano il Generale suo nipote; sembra avere una quantità di denaro sufficiente per poter risolvere qualsiasi situazione monetaria che affligga il Generale (malgrado abbia sempra detto di non voler dare un soldo al nipote, ma questo è ininfluente) la sua personalità è talmente forte che sembra essere veramente il deus ex machina, la chiave di volta dell’intera vicenda. Tutto cambia nell’istante preciso in cui la nonna mette piede nella sala da gioco anche se la prima volta vince tantissimo, già qualcosa inizia a vacillare nell’immagine della nonna, ecco che inziano ad aumentare gli aggettivi negativi, ecco che la sanità mentale della nonna viene messa in discussione dall’autore stesso; il declino della nonna a ben guardare non inizia con la perdita dei soldi ma nel momento in cui inizia il gioco e in quel momento che la malattia dell’azzardo infetta la nonna. Non ha importanza se ci sia vittoria o sconfitta il gioco ormai si è impossessato della nonna e non può che portare al declino alla sconfitta all’abisso; c’è ancora un momento di lucidità dopo la sconfitta ancora un momento di redenzione, ma nulla il demone del gioco non lascia scampo la nonna perderà ancora la sua immagine sarà per sempre corrotta dal gioco l’unica possibilità è lasciare l’albergo e ritornarse in Russia unica vera isola di salvezza.
Il protagonista segue in qualche maniera lo stesso cammino della nonna, con conseguenze ancora più tragiche; per quasi tutto il racconto Ivanovic sembra essere l’unico personaggio dotato di una sua personale dignita di una sua logica, sembra veramente l’ancora di salvezza del racconto lo spiraglio di luce in un vortice che non sembra avere fine, l’unico che veramente sa amare in maniera autentica la sua Polina ma soprattutto l’unico immune al demone del gioco. Ma come era ovvio anche per il protagonista non c’è scampo, per amore e per mancanza di soldi decide di giocare; questa volta il vortice non inizia con l’avvicinamento al tavolo da gioco ma ancor peggio inizia nel momento stesso in cui l’idea si realizza nella sua mente, è da questo momento in poi che tutte le facoltà logiche del protagonista si perdono, tutto si fa più nebuloso anche la scrittura stessa sembra quasi ricoperta da una sorta di nebbia, da una sorta di concitata confusione un sogno o meglio un incubo senza fine che non lascia scampo Ivanovic ma contagia anche il lettore. Anche in questo caso c’è una vittoria iniziale ma poco importa è come se i soldi vinti al gioco avessero una loro appartenenza e al gioco debbano tornare inesorabilmente. Questa volta non c’è la Russia come ancora di salvezza il vortice, è totale l’illusione del gioco come redenzione non ammette scampo la sconfitta è definitiva. Nelle ultime pagine del libro la rovina è ancora più evidente, con il rifiuto dell’ultima possibilità di salvezza; ancora una volta il gioco non lascia spazio alla ragione, qui più che mai il gioco incatena a se il giocatore, la sensazione di aver di fronte una personaggio “costretto” al gioco è evidente; il senso di frustrazione e impedimento è fortissimo e passa dal libro al lettore come poche volte mi è capitato di assistere.
Un’altro punto molto interessante che ho avuto modo di cogliere solo una volta finito il libro grazie alla lettura dell’introduzione è la visione della Russia come elemento salvifico, nel libro si ha spesso una netto contrapposizione tra quello che è Russo e quello che è Russo; l’unico antidoto valido per la malattia del gioco che ha colto i Russi borghesi è la madre patria, chi riesce a rientrare troverà la pace; pensiamo alla nonna unica superstite del racconto, e pensiamo al protagonista che non troverà invece mai la forza per il ritorno e sarà inevitabilmente risucchiato dai vizi del gioco Europeo.
Nel libro si delinea anche un tormentata storia d’amore tra il protagonista e la bella nipote del generale, ma ancora di più in questo caso si nota la potenza distruttrice dei soldi della ricchezza e peggio ancora del gioco, l’amore non è un ancora di salvataggio, l’amore qui non riscatta nessuno ne ha la forza per contrapporsi al gioco, l’amore non salva non eleva nulla e nessuno è anzi anch’esso trascinato nel baratro della follia.
In conclusione credo che il libro trasmetta in maniera perfetta quella che viene definita la passiane febbrile per il gioco dandole quindi una connotazione di malattia, perchè di questo si tratta.
Solo un grande giocatore e un grande scrittore
 poteva trasmettere così perfettamente le passioni dei giocatori d’azzardo.

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