Quer pasticciaccio brutto de via Merulana (1957) di Carlo Emilio Gadda

ImmagineDopo più di sei mesi riesco finalmente a scrivere la recensione del libro che stavo leggendo e per essere chiari, sì ho impiegato 6 mesi per leggere questa famosissima opera di Gadda.
Ho iniziato a leggere il libro con molto entusiasmo, volevo leggerlo da tempo e nella mia testa mi ero fatto l’idea che sarebbe stato un libro che avrei apprezzato.
Le difficoltà invece si sono presentate subito, il libro infatti non scorre benissimo, almeno dal mio punto di vista; come è noto vengono utilizzati diversi stili e forme linguistiche, si va infatti dall’italiano altissimo fino al romano di borgata passando per il napoletano e il fiorentino. Questa mescolanza resa sicuramente omogenea dall’autore risulta difficile però per il lettore (almeno per me): il lavoro di Gadda sul dialetto è così approfondito da peccare spesso di comprensione, per chi, a quei dialetti non è abituato. La narrazione del romanzo non è poi così continua e lineare, abbondano infatti deviazioni descrittive, piene di poesia e ricche di metafore, le quali però non facilitano il compito del lettore.
Dopo questa premessa potrebbe sembrare che il mio giudizio sul libro sia negativo, invece tutt’altro, il “pasticciaccio” è avvolto da un atmosfera magica che prende il lettore pur nelle difficoltà e lo trasporta per la Roma di metà ‘900. Come non mai si respira la romanità e ancora più in generale l’italianità. Si avverte forte la volontà di descrivere, di raccontare, un preciso momento storico italiano ma che finisce poi  per rispecchiare un realtà viva ancora oggi.
Il romanzo si propone come un giallo/poliziesco, ma l’intento è ben più nobile e lontano, l’operazione che Gadda svolge è quella di servirsi del romanzo di genere per superarne poi le sue limitazioni facendolo diventare un romanzo completo e intenso.
Il romanzo non ha protagonisti, sono presenti delle figure che compaiono più frequentemente di altre ma su nessuno di loro poggia veramente l’intera storia; il protagonista del pasticciaccio è Roma, la periferia di Roma, il palazzone degli ori, la strada, il mercato, insomma la società con le sue sfaccettature, riempe il romanzo, senza che nessuno singolarmente ne faccia da padrone, come del resto nella vità. Il personaggio che più di tutti può assomigliare ad un protagonista, senza per questo esserlo (non sarà presente per l’intera parte centrale del libro) è quello del commissario di polizia Ingravallo: la sua figura fa da contrasto con la mediocrità che molto spesso lo circonda, i suoi pensieri sono più profondi del resto delle persone che incontrerà, ha una propria visione del mondo ed è dotato, come più volte metterà in mostra, di una buona dosa di intutito. Ingravallo è il personaggio più introspettivo del romanzo; solo di lui Gadda ci permette di scoprirne i pensieri più profondi di conoscerne le paure e i desideri; si nota insomma una certa predilezione dell’autore nei confronti del personaggio, una certa familiarità, un piacere nel descriverlo e nel farcelo conoscere quasi da farlo diventare un personaggio autobiografico. Tutto il romanzo come già detto si muove su più piani linguistici e i personaggi non ne fanno eccezione: nettissimo infatti lo stacco tra l’Ingravallo pensiero, alto e nobile dall’Ingravallo parlato, duro, rozzo con il suo forte accento napoletano che permette all’autore di creare un ulteriore stacco linguistico tra la polizia Romana e lui (commissario napoletano in “terra straniera”). Oltre al commissario un’altro personaggio che mi ha perticolarmente colpito è sicuramente quello della matrona Zamira, personaggio bieco e sporco, negativo fino al midollo: mi ha colpito particolarmente sia perchè rappresenta sicuramente l’imbruttimento al quale l’uomo può arrivare e colpisce forse ancora di più per il fatto che è una donna a rappresentarlo. Zamira è il personaggio anche più sessuale del racconto, infatti molte volte vengono fatte allusioni non troppo velate alla prostituzione e al sesso in generale ma sempre in maniera molto spinta, volgare, quasi in linea con il personaggio: questo approccio mi ha molto colpito perchè sicuramente è una della innovazioni che Gadda introduce nel panorama del romanzo italiano. C’è poi a mio avviso una certa similitudine tra il personaggio di Zamira e quello di Brunelda nell’America di Kafka, tutte e due sono grasse, sono autoritarie e tutte e due hanno una forte connotazione sessuale.
Altro elemento fondamentale del romanzo sono sicuramente i luoghi che ci troviamo a visitare. Il primo che impariamo a conoscere è il palazzo degli ori, una vera e propria babele, in cui si consumeranno entrambi gli omicidi, che sarà il vero protagonista della prima parte del libro. Il palazzo da solo rappresenta una vera e propria sintesi del romanzo, troviamo tutti gli elementi che saranno poi caratteristici del libro: la varietà omogenea di moltissimi personaggi provenienti da culture diverse con dialetti diversi e da classi sociali diverse. Il palazzo rappresenta metaforicamente l’italia, in maniera anche critica molte volte: più volte Gadda ci descrive come il palazzo goda di una notevole reputazione nel quartiere, di una certa magia, una certa aurea, ma più volte guardando attentamente scopriamo che questa aurea è qualcosa di passato, che in fondo è solo un grande monolite pesante trascurato e superato, come poteva essere un’ italia uscita dalla seconda guerra mondiale. Continuando con questa metaforia, se il palazzo rappresenta l’italia, al suo interno non possiamo che trovare gli italiani; tanti e tutti diversi, ognuno con il suo carattere e ognuno con il proprio dialetto (non sempre come già detto comprensiblissimi): quello che mi colpito di questa babele è il senso di decadenza presente in quasi tutti i personaggi, il senso di imbruttimento che colpisce e che lascia con l’amaro in bocca, nel quale molto spesso ci si riconosce ma si preferirebbe il contrario. Insomma per buona parte del racconto il palazzo degli ori è il romanzo stesso.
Il “pasticciaccio” ci permette di conoscere altri luoghi della provincia romana in fondo molto laziale, il percorso che ci viene proposto è quello che va dal centro spostandosi sempre più verso la periferia: in questo percorso si avverte il cemento fare largo alla campagna, si avverte il generale abbassamento delle costruzioni, si avverte il diradarsi dei palazzi fino al più tipico casale di campagna. Questo percorso è accompagnato di pari passo da un mutamento dei personaggi; se nel palazzo degli ori quella che ci veniva descritta era la borghesia decadente, qui ci viene descritta la decadenza della cività contadina e vediamo come queste due realtà (metropoli e campagna) interagiscano in un circuito vizioso che non giova nè all’una nè all’altra realtà.
In ultima analisi non posso che ammettere il piacere di leggere il libro anche con la sua fatica e con il tempo impiegato, l’ho trovato uno splendido spaccato della vita italiana, ma in fondo della vita in generale con le sue basse pulsioni e con i sui grandi slanci, una vita che va avanti, che in molti casi si trascina ma che sopravvive anche senza trovare una logica, uno scopo o una fine come dimostrato dal finale del libro che potrebbe avere altri mille capitoli successivi o finire così come ha scelto l’autore con un punto a capo.

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