Achille piè veloce (2005) di Stefano Benni

ImmagineDopo aver letto quer pasticciaccio brutto di via merulana avevo proprio bisogno di un libro più leggero che scorresse e che si facesse leggere con facilità. La mia scelta è ricaduta su un libro di Stefano Benni e non me ne sono affatto pentito.
Come ho avuto modo di dire ad un mio amico questo libro mi ha permesso di riscoprire una lettura piacevole e spensierata di cui sicuramente avevo bisogno.
Avevo già letto “La compagnia dei celestini” dello stesso autore e ho ritrovato la medesima scrittura che avevo avuto modo di apprezzare, una scrittura brillante, leggera, intelligente e indubbiamente irriverente.
Il rapporto che si instaura tra il protagonista e i personaggi dei suoi dattiloscritti, che magicamente prendono vita,  ricorda tematiche già care a Pirandello, come il rapporto tra autore e creazione; forse proprio questa riflessione in chiave comica rappresenta una delle parti più interessanti del libro, peccato che si verifichi solo nelle prime cinque pagine del libro. Benni successivamente abbandonerà questa strada relegando uno di loro a spalla del protagonista.
Mi è molto piaciuto il rapporto che si instaura tra i due protagonisti: Achille e Ulisse; soprattutto come il registro narrativo cambiasse in presenza di Achille diventando più sobrio e meno costruito, accortezza che permette di apprezzare ancora di più quegli strani incontri. Quello che non ho apprezzato è invece la rappresentazione della malattia di Achille: se è vero che alcuni spunti sulla sessualità repressa, sulla solitudine, sono molto interessanti è anche vero che l’immagine del malato con qualcosa in più, con tanto troppo da spiegare al mondo, con abilità superiori alla media risponda a un cliché che non ho mai amato e che rischia di innescare una sorta di meccanismo perverso per il quale il fortunato è il malato, come se la malattia fosse una benedizione della quale non tutti sono degni, una sorta di privilegio insomma. Si perde troppo facilmente di vista il dramma della malattia facendola passare per altro.
Nel complesso non è un libro che mi ha particolarmente colpito, sembra che Benni abbia voluto svolgere un compitino inserendo tutti gli elementi della sua caratteristica: neologismi, umorismo, critica alla società e un po’ di politica. Dopo qualche pagina però la ricerca sistematica del neologismo fine a se stesso stanca la scrittura che inizialmente risulta brillante e diventa fin troppo prevedibile. Benni cerca di evidenziare qualche stortura della società disegnando delle scenette direi quasi “Forattiniane” che risultano però troppo spesso poco originali e scontate. Non amo nemmeno la critica strettamente politica che viene fatta nei confronti del fenomeno Berlusconiano, non perché io sia favorevole, ma perché in un libro del genere lo trovo gratuito e fuori luogo. L’idea di utilizzare nomi fittizi è sciocca, in quanto la dovizia con la quale l’autore descrive questi personaggi è tale da non lasciar spazio all’interpretazione, e allora nomi diversi dagli originali risultano solamente patetici e sinceramente poco onesti.
Credo che il libro sia adatto per una lettura estiva e spensierata senza confonderlo con libri di ben più alto spessore con i quali sembra quasi si voglia confondere.

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