Io non ho paura (2001) di Niccolò Ammaniti

ImmagineAmmetto subito che se questo libro non fosse rientrato nel programma di un club di lettura di cui faccio parte non lo avrei mai letto per tutta una serie di motivi: non amo leggere libri di autori diciamo commerciali e per un motivo o per un altro considero Ammaniti uno di questi e secondo, non amo leggere libri in cui i protagonisti sono bambini, lo trovo un espediente troppo semplice e troppo abusato per  dare un tono di innocenza al racconto quando poi magari non c’è innocenza nelle intenzioni.
Fatte queste dovute premesse, posso ora dire che il libro non ha confermato nessuna delle mie paure e ne sono stato ben felice.
La scrittura è molto lineare, pulita e per questo piacevole, si adegua benissimo con il tipo di paesaggio che descrive: una Sicilia torrida calda, composta da campi sterminati di grano dove il sole non sembra  lasciare spazio all’ombra, non sembra dare la possibilità di riparo e nessuna possibilità di fuga. Tutto è copito  dal sole e tutto è illuminato da esso e si rispecchia benissimo nella felice scelta del registro di scrittura.
Quello che ho apprezzato del racconto è l’approccio scelto per la descrizione dei personaggio e dei bambini in particolare. Tutto il romanzo è narrato in prima persona dagli occhi di un bambino, trasmettendo l’innocenza di quest’ultimo;  tale innocenza però non è solamente simulata, non è esibita nè tanto meno millantata, è un’innocenza sincera pulita, che non nasconde nulla, che non pretende nulla e che non è stata ancora macchiata dalla malizia tipica dell’età adulta.
Il libro sembra voler descrivere anche un certo tipo di Sicilia rurale, particolarmente povera staccata dal resto dell’Italia ma staccata quasi dal resto del pianeta; una Sicilia che è solo Sicilia e nient’altro, una sorta di dimensione parallela inaccessibile, introvabile per chiunque. Quello che mi ha colpito è però la descrizione della povertà, anzi, la non descrizione: si capisce da tutto il racconto che le famiglie di cui si sta parlando sono molto povere, ma questa povertà viene descritta in maniera del tutto naturale quasi non ci si rendesse conto della reale situazione, non c’è nel racconto la plateale denuncia della situazione; la povertà viene accettata e vissuta come un dato di fatto e questo l’ho molto apprezzato.
Ultima nota di merito va alla descrizione dei personaggi, esclusi i bambini di cui ho già parlato ampiamente, mi vorrei soffermare sul gruppo di adulti coprotagonisti del racconto e che fanno da contraltare alle vicende dei bambini; anche in questo caso si nota l’assoluta voglia dell’autore di non disegnare il cattivo, di non voler cercare l’antagonista c’è invece uno sforzo profondo nel voler capire la situazione di ognuno; non si cerca una giustificazione a tutti i costi ma c’è la volontà di non rendere i personaggi grigi, nè bianchi o neri: penso ad esempio a Sergio il milanese, presentato inizialmente come il duro senza pietà ma che nasconde invece in se una grande sofferenza. La stessa rabbia di Felice è descritta senza alcun tono accusatorio evitando così in maniera molto elegante l’errore di dare in pasto al lettore un antagonista fin troppo scontato.
Non posso chiudere la recensione senza menzionare il personaggio della madre di Michele, vera è propria madonna laica, talmente rassicurante per il figlio da risultare tale anche per il lettore, un mix di sensualità e senso familiare da racchiudere in se l’intero immaginario sulla donna mediterranea.
Per concludere; un libro molto onesto soprattutto nei confronti del lettore che si troverà di fronte ad un libro veramente scritto con un senso del pudore che non avrei mai immaginato di trovare.
Sono contento di aver letto questo libro.

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