Uscita per l’inferno (1981) di Stephen King

av048Sono tornato a leggere Stephen King negli ultimi mesi dopo anni che l’avevo abbandonato per esplorare altri mondi e generi letterari, ma confido che da sempre è uno dei miei scrittori preferiti. Il libro in questione non lo conoscevo, nemmeno per sentito dire e proprio per questo, trovato in una biblioteca, mi sono deciso a leggerlo. “Uscita per l’inferno” o “Roadwork” (secondo il titolo originale) fu edito per la prima volta come opera di Richard Bachman, pseudonimo usato da King nella fine degli anni ’70 e va detto innanzitutto che i libri partoriti dalla penna di Bachman raccontano incubi e storie più concrete, lasciando da parte il soprannaturale e l’elemento orrorifico tipico invece del classico King. La storia è quella di un uomo qualunque, Barton Dawes, il quale in seguito ad un serie di eventi (il più importante ed iniziale è la morte anni prima del figlio ancora piccolo) comincia a maturare una decisione folle ed estrema per mettere fine ai suoi problemi: la goccia scatenante che fa andare in mille pezzi il vaso della vita dell’uomo è la costruzione del prolungamento di un’autostrada che lo costringerà a cambiare lavoro e casa, decisione alla quale il protagonista si rifita di accondiscendere. Il romanzo segue la discesa lenta e inesorabile verso la follia di quest’uomo che smette di seguire le regole della società “civile” ed inizia a pianificare passo dopo passo, in modo fin troppo lucido, la sua personale ribellione al sistema e alla vita priva di senso che secondo lui gli era rimasta. Gli passeranno accanto persone ed occasioni attraverso le quali afferrare gli ultimi brandelli di un’esistenza normale, ma semplicemente ormai nella mente di Barton è partito quel letale e puntuale meccanismo ad orologeria che lo trascinerà verso l’unica fine davvero concepibile per lui. La cosa inizialmente spiazzante, oltre alla normalità con cui vengono presentati i pezzi del puzzle disperato portato avanti dal protagonista, è il fatto di sapere o comunque immaginare un finale fin troppo prevedibile: ci si accorge però, proseguendo nella lettura, che il lavoro di King è molto minuzioso e dettagliato, quasi maniacale quando descrive l’aberrante situazione in cui si ritrova una persona che non ha più nulla, nè un lavoro, nè una casa e soprattutto una famiglia. La genialità dell’autore come sempre (anche in altri suoi libri) è quella di  mostrare come la follia sia nascosta dentro di noi, e come a volte essa segua degli schemi ordinati e rigorosi e riesca a farsi strada nei percorsi mentali di persone dall’esistenza “normale”.
Ho amato la lettura di questo libro perchè mi ha fatto ricordare quanto apprezzassi Stephen King e la sua capacità di raccontare la realtà anche nelle sue forme più distorte, ogni pagina mi diceva che il lato oscuro c’è ed è in ognuno di noi e magari è proprio quella vocina che sentiamo nella nostra testa.

“In quei momenti sentiva se stesso pulsare caldo nella gelida indifferenza di una sera di primo inverno, persona autentica, concreta, forse ancora integra.”

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