Sulla strada (1957) di Jack Kerouac

Immagine So già che questa recensione sarà particolarmente difficile: i motivi sono molti, uno fra tutti è sicuramente che il libro non segue un percorso narrativo classico. Non siamo in presenza di una storia, ma di un diario interamente raccontato in prima persona dal personaggio Sal Paradise, alter ego non troppo velato dell’autore Jack Kerouac.
Non posso negare che, trattandosi di un libro molto conosciuto e particolarmente famoso, prima di affrontare la sua lettura mi sono documentato e soprattutto sono stato particolarmente attento alla lettura dell’introduzione curata da Fernando Pivano, potendo così capire che questo è stato il libro di una generazione, di un movimento (quello beat), di una rivoluzione. Per capire un libro di questa caratura c’è bisogno però di collocarlo temporalmente, ed è proprio in questa collocazione che il volume offre al lettore i primi spunti di riflessione.
Tutto il racconto si svolge tra gli anni 1945 e 1950/51 circa e questo almeno per quanto mi riguarda è abbastanza sconvolgente: viene infatti abbastanza naturale collocare la rivoluzione beat tra la fine degli anni ’60 e gli anni ’70. Pensare che tutto sia iniziato almeno 20 prima in America ci fa cogliere in maniera ancora più significativa le differenza mentale che caratterizza i due continenti. Credo che leggere il libro pagina per pagina, tenendo a mente gli anni in cui il racconto si svolge, possa essere particolarmente istruttivo; viene offerta infatti la possibilità di operare un parallelismo tra la situazione Americana descritta, e la situazione post-bellica che stava vivendo l’Europa; la possibilità di capire un concetto particolarmente ripetuto negli ultimi anni di scuole superiori ma mai, credo, fino in fondo capito, ovvero l’importanza per l’America e per il suo successivo sviluppo sociale, di non aver dovuto combattere la guerra su suolo Americano; non mancano infatti momenti del libro in qui si percepisce fortissima la distanza nelle menti dei protagonisti di quella guerra che non appartiene al vissuto Americano.
Andiamo ora al cuore del libro, che poi che è ben racchiuso nel titolo stesso, il romanzo si propone di descrivere la strada; la vita che questa, seguendola, inevitabilmente porta a condurre, il richiamo che esercita su persone particolarmente predisposte.
La strada rappresenta un nuovo modo di vivere, un nuovo sistema di condurre la propria esistenza, si avverte la volontà di non seguire il sentiero stabilito dai padri. Questa innovazione, questa concezione, non avviene pero (ed è questa un’altra particolarità del testo e della generazione beat in generale)  per mezzo di una contrapposizione; non è presente alcuno scontro generazionale, nè alcuno scontro sociale. E’ chiaro che questo modo di vivere è in netta contrapposizione con quello borghese ma mai nel libro si avverte una denigrazione dello stesso, mai la questione è posta su un piano qualitativo. Il volume getta le basi per quella che sarà definita una nuova rivoluzione atipica ed è proprio leggendolo che si avverte questa atipicità; non è una rivoluzione contro qualcosa o contro qualcuno, non c’è nulla da combattere, solo una nuova strada da seguire anzi solo la Strada da seguire e lo si fa, non con la consapevolezza che questa sia la soluzione migliore, ma semplicemente con la consapevolezza che sia l’unica soluzione adatta a loro.
Nel libro come già detto prima non è presente una vera e propria storia che viene sviluppata; leggendo attentamente però si può avvertire un cambiamento che avviene gradualmente nel protagonista. Ogni capitolo sembra portare una nuova visione della strada, si assiste ad un graduale cambiamento dei personaggi nell’approccio con questo nuovo modo di vivere. Nel primo capitolo si avverte un gusto dell’avventura di sapore quasi adolescenziale, la voglia spensierata di attraversare l’America per ritrovare vecchi amici, fa ritornare alla mente le prime esperienze di vacanze con gli amici, quella sensazione di eccitazione e di felicità che chiunque ha provato almeno una volta nella sua vita. La strada qui è ancora vista come un mezzo per arrivare da un punto ad altro. Nei capitoli successivi si assiste alla trasformazione della strada da mezzo a fine, se all’inizio la strada è un mezzo per arrivare semplicemente da un punto all’altro, a fine libro si intuisce che la strada, il viaggio, è diventata l’unico modo per vivere, l’unico posto dove vivere; la strada è vista come una casa ed è forse nell’ultimo capitolo che si avverte anche una tematica che sarà famosa anni dopo: l’uomo come cittadino del mondo.
Ho notato che nelle numerose recensione esistenti del libro ci si sofferma poco su un punto che ho trovato invece fondamentale ovvero quello musicale. La generazione beat soprattutto per l’esperienza italiana è associata alla musica appunto beat degli anni ’60, quella americana sviluppatasi 20 anni prima ha una colonna sonora ben diversa, sapientemente presentata da Kerouac: la musica jazz di Armstrong di Baker e di tutta una moltitudine di musicisti almeno a me sconosciuti. Quello che ho trovato interessante è la capacità di Kerouac di trasmettere le vibrazioni musicali che si sarebbero potute avvertire in quei locali, la sensazione di essere veramente li sul posto. Apro una piccola parentesi personale: ho sempre ascoltato molta musica tra cui anche jazz, ma devo ammettere che non sono mai riuscito a comprenderlo veramente; sapevo di ascoltare musica di qualità, ma lo facevo con un certo snobbismo senza un reale coinvolgimento, senza il piacere che molto spesso musica più “facile” mi trasmetteva. Ho sempre trovato il jazz freddo, con una scarsa capacità comunicativa o se comunque l’aveva, troppo difficile da comprendere per chi jazzista non era; una volta qualcuno ha detto che il jazz ha più che gente che lo suona che non gente che lo ascolti e in fondo l’ho sempre trovato vero. Dopo questo libro mi sono dovuto ricredere, sono riuscito infatti a capire la vera essenza del jazz, sono riuscito a comprendere che il jazz nasce e si sviluppa nella musica dal vivo che la sua dimensione non può che essere quella e su qualsiasi supporto venga riprodotto non può che perdere la sua anima. Sapevo che il jazz era nato come musica di rottura, ma non ne immaginavo le dimensione, non ne immaginavo i modi, non avrei mai immaginato il jazz come sudore, come fatica ma soprattutto non lo avrai mai immaginato come rabbia di una generazione, ed è anche qui la netta differenza tra il beat italiano e quello americano: il beat italiano ha come colonna sonora tutta il rock spensierato e strillato degli anni 60, il beat americano ha il jazz degli anni 40-50 fatto principalmente di sudore alcol e rabbia.
Chiudo questa recensione fin troppo lunga consigliando a chiunque questo libro perché permette una moltitudine di riflessioni sicuramente superiori a quanto si potesse aspettare anche l’autore.
Ultima nota per sottolineare che, l’unica potenzialità che il libro ha perso negli anni, è quella di creare stupore o scandalo, purtroppo la nostra generazione è fin troppo abituata a droga o sesso promiscuo per poter arrossire con un libro del genere, dico purtroppo non per un tentato buonismo di cui non voglio farmi portavoce ma semplicemente perché credo che questo possa togliere, seppur in maniera minima, un po’ di fascino a questo libro comunque altissimo.
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