Il richiamo di Cthulhu (1928) – Alle montagne della follia (1936) di H.P. Lovecraft

ImmagineE’ la prima volta che leggo qualcosa definito horror e per l’occasione ho scelto un classico del genere: ammetto di non essermi pentito affatto.
Ho letto due racconti di seguito, per poter meglio capire la scrittura di Lovecraft anche perché non sono affatto lunghi e si fanno leggere facilmente; i racconti fanno parte entrambi del ciclo più famoso dell’autore, quello di un impronunciabile Cthulhu.
Dopo una piccola ricerca successiva alla lettura, ho scoperto anche di essere stato particolarmente fortunato, mi sono imbattuto nel primo racconto che introduce il ciclo e in quello più famoso della serie.
La prima cosa che si nota nei racconti è lo spiccato utilizzo del tempo passato reso possibile dalla forma diario o racconto a posteriori: sono tre i racconti contenuti in questi due libri e in tutti e tre i racconti è presente questa cornice che permetta di rendere il tutto molto più reale.
Un’altra caratteristica presente in tutto quello che ho letto è l’utilizzo di uomini di scienza come protagonisti: traspare in questa scelta la volontà di porre la ragione di fronte a dei limiti inaccessibili; è presente nella sua scrittura un pessimismo nei confronti della modernità, sicuramente non innovativa come tematica ma sviluppata in maniera originalissima e personale. I protagonisti di Lovecraft intraprendono un percoso interiore, quando non è anche fisico e reale, contrario a quelli educativi a cui la letteratura ci ha solitamente abituato. Il protagonista inizia la sua avventura solitamente con un incrollabile fede nei confronti della ragione, fede che verrà mano a mano minata dalle incredibili scoperte e nuove conoscenze a cui si avrà accesso, fino ad arrivare allo sconvolgimento della ragione stessa: non è raro infatti che i vari personaggi, una volta finito il loro viaggio nell’ignoto, siano diventati completamente pazzi; infrangere il velo dell’ignoto per arrivare ad un conoscenza superiore non porta all’illuminazione della ragione, ma al buio dell’ignoto, che l’uomo non può e non deve affrontare.
Non sarò di certo io il primo a notare un certo gusto barocco e forse anche antiquato nella scrittura di Lovecraft ma posso dire che non stona affatto con quelle che sono le atmosfere volute. Forse l’aspetto che ho gradito di più nella scrittura Lovecraftiana e la capacità di descrivere mostruose creature senza effettivamente dare connotati reali, l’abbondanza di aggettivi come, inimmaginabile, orribile, mostruoso, impossibile non permettono al lettore di delineare una fisionomia precisa di queste creature obbligandolo ad uno sforzo mentale e a cercare un’immagine senza però dare elementi utili per costruirla, dirigendolo proprio nella ricerca della propria forma dell’impossibile, della propria forma del mostruoso. Questa modalità di descrizione se da una parte risulta essere particolarmente geniale trova il suo naturale limite nel momento stesso in cui l’autore si trova in maniera praticamente obbligata a dare descrizioni più dettagliate ed è cui che si può generare un certo senso di insoddisfazione, dopo essersi immaginati l’orrore più profondo inevitabilmente qualsiasi descrizione peccherebbe di profondità. Solo per portare un esempio citerei il secondo racconto presente nel “Richiamo di Cthulhu” dove il protagonista, dopo una lunga fuga da mostri mai descritti, si trova faccia a faccia con loro: qui l’autore non si può negare alla descrizione ed ecco che viene fuori l’inevitabile, i mostri hanno la faccia da cane con la bava alla bocca insomma tutto tranne che un’immagine di orrore impossibile come ci si era aspettati per tutto il racconto.
Come è facile immaginare, inquadrare un autore così importante in un genere letterario ben definito è praticamente impossibile per questo motivo classificare Lovecraft nell’horror non può essere che riduttivo e in parte errato. Nella sua scrittura troviamo fusi tra loro elementi tipici dell’horror del fantastico fino alla fantascienza. Sottolineo infatti che una delle idee più originali presenti nell’autore è la provenienza cosmica ed extraterrestre dei suoi antichi, il mito e la leggenda per la prima volta vengono così generati non più dalla madre terra ma dalle stelle.
Come già avvenuto per Tolkien la grandezza di Lovecraft è quella di non utilizzare miti e leggende preesistenti ma di crearne di nuovi che con forza si imprimono nella cultura moderna.
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