Solaris (1961) di Stansilaw Lem

solaris120soderberghSolaris, ovvero uno dei romanzi fondamentali del genere fantascientifico: sono approdato al libro casualmente, anni dopo aver visto le due versioni cinematografiche (una russa – più aderente alla trama- e una americana più blockbuster diciamo) e ne sono rimasto abbastanza colpito. Non voglio svelare la trama, dico solo che il romanzo è ambientato su una stazione orbitante nello spazio intorno al pianeta Solaris ed il protagonista, lo psicologo Kelvin, viene inviato sulla stazione per verificare degli avvenimenti che hanno messo in pericolo la sanità mentale dell’equipaggio. L’incipit piuttosto misterioso apre le porte ad una vicenda forte da un punto di vista psicologico ed emotivo: l’indagine del protagonista lo porta a contatto con ciò che era nascosto dentro di lui, arrivando a porsi interrogativi riguardanti l’intera umanità e l’esistenza di altri esseri pensanti nell’universo. Una parte molto riuscita e totalmente assente dalla versione cinematografica americana è appunto quella che parla del pianeta Solaris: l’autore nel romanzo spende molte pagine a riassumere i presunti anni di studi che sono stati dedicati da vari studiosi per spiegare i fenomeni e le attività del pianeta costituito quasi totalmente da un oceano che sembrava avere una sua “personalità“.  Nel libro è questo oceano il vero protagonista, oltre chiaramente alle turbe esistenziali di Kelvin; anzi è il motore che sconvolge la vita dello psicologo e che si trova dietro a tutto lo svolgimento della storia: metaforicamente l’oceano – secondo me – sta ad indicare il limite mai superato dalla ragione umana, quel limite che spinge l’uomo ad andare sempre avanti e sempre oltre le sue possibilità. La domanda fondamentale che è sottintesa durante tutta la narrazione è: “e se ci fosse qualcosa nell’universo che la ragione umana non riesca a concepire e spiegare?” Il senso di smarrimento del protagonista, man mano che la lettura prosegue, si fa sempre più grande ed è difficile che il lettore ne rimanga fuori. E’ soprattutto questo che mi piace di questo genere di fantascienza: la claustrofobia, l’universo infinito talmente grande da soffocare e togliere il respiro,  quella sensazione di isolamento e paura che relega l’uomo e i suoi progressi scientifici in un angolino. Un’ultima cosa che volevo segnalare, nelle ultime pagine, è il dialogo tra Kelvin e Snaut sulla natura di Dio, interessante e sempre attuale.Consiglio il romanzo a tutti gli appassionati del genere, non possono lasciarselo scappare.

“Esisteva, insomma. Viveva, pensava, agiva. La possibilità di ridurre il “problema solaris” all’assurdo o allo zero, la tesi che non avessimo a che fare con un essere e che quindi la nostra sconfitta tale non fosse non era più sostenibile.”

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