Orlando (1928) di Virginia Wolf

ImmagineE’ passato molto tempo dalla mia ultima recensione e questo per un solo ed unico motivo: ho impiegato sei mesi per leggere completamente questo libro.La lettura di Orlando rientrava in un progetto di lettura intrapreso dalla biblioteca della mia città, nel caso specifico l’argomento era la letteratura al femminile, per questo mi sono ritrovato tra le mani il testo di Virginia Wolf.
Ammetto che tutto mi sarei aspettato tranne che un testo così complesso, sia nell’elaborazione della trama sia nel linguaggio utilizzato.Bisogna prima di tutto fare una premessa di carattere storiografico sul libro, il personaggio di Orlando è costruito sulla figura di Vita, donna della quale Virginia era profondamente innamorata, tale libro va quindi prima di tutto inquadrato e letto come una sorta di lunga lettera d’amore nato da pulsioni più passionali e personali che non artistiche. Leggere un libro di questo tipo senza (per quanto l’onniscente Wikipedia mi sia venuto in soccorso) una profonda conoscenza biografica non permettere di cogliere fino in fondo le numerose sfumatore presenti, lasciando spesso il lettore di fronte ad un forte senso di smarrimento. Tali precisazioni sono dovute, soprattutto per poter giustificare eventuali mancanze nella comprensione più profonda del libro.
Arrivando alla trattazione più mirata del libro, non si può non notare come lo svolgimento della trama sia legato in maniera indissolubile, alla sessualità della scrittrice e a quella della destinataria del libro. La trovata di far cambiare, a circa metà libro, la sessualità del protagonista permettere di poter sviluppare tutta una serie di considerazioni che sicuramente, parliamo degli anni trenta, non erano di facile trattazione diretta; ecco quindi lunghi monologhi nulla strana situazione che Orlando si trova a vivere, ritrovarsi nel corpo di una donna e ragionare da uomo; e sempre più avanti in una sorta di scatole cinesi della sessualità, saper di essere stato uomo ma trovarsi meglio nelle vesti di una donna. La Wolf riesce così a trattare il tema dell’omosessualità senza di fatto accennarne minimamente donando al tema una delicatezza che spesso nelle trattazioni moderne spesso manca. Sono ricorrenti i monologhi introspettivi grazie ai quali Virginia Wolf esprire le proprie riflessioni su numerosi temi e probabilmente su particolari contraddizioni vissute da lei stessa, come già detto, sulla propria sessualità ma anche sul rapporto tra letteratura moderna e classici, sulla nascita di una certa industria culturale, che è vero verrà teorizzata qualche decennio dopo ma di cui Virginia ne denuncia già alcune storture denunciandone la proprio non appartenenza. Di questi temi trattati quello che sicuramente mi ha colpito di più è un monologo, dove non manca di certo l’ironia, sulla figura femminile del proprioi tempo; quello che colpisce è la lucidità dell’osservazione e la denuncia anche di un certo atteggiamento rinunciatario da parte delle donne più che scagliarsi contro il solo mondo maschile.
Per quanto riguarda il linguaggio utilizzato qui siamo in piena avanguardia, ci sono una miriade di sperimentazioni diversi all’interno del romanzo, tanto da risultare in alcuni tratti fin troppo eterogeneo anche se rimane la parte da me più apprezzata. La prima cosa che ho notato è la forte influenza delle torie freudiane; la spiegazione fin troppo esasperata di ogni comportamento umano con meccanismi di causa/effetto tutti psicolgici, la volonta di sondare la psiche di Orlando (come a voler rimanrcare di nuovo lo stretto legamene empatico con la propria amante). Anche la voce narrante abbatte spesso quello che nei fumetti è definito il quarto muro, parlando direttamente con i lettori e intraprendendo un discorso diretto con loro nella consapevolezza di trovarsi in un romanzo. Nel finale del romanzo si assiste anche ad un esempio di flusso di conoscienza molto vicino alla sperimentazione di Joyce nel suo Ulisse.
Per concludere devo ammettere che finendo il libro ho tirato un sospiro di sollivo, la lettura mi era diventata veramente pesante, la sensazione di leggere qualcosa che nasconda dell’altro senza però poterlo capire e senza poterlo afferrare del tutto. La curiosità di leggere una storia particolare di trovarsi di fronte alla sperimentazione più azzardata del novecento spesso lascia lo spazio alla noia; forse non è questo il libro più indicato per poter essere inziati alla lettura di una grande della letturatura come Virginia Wolf.

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