Un borghese piccolo piccolo (1976) di Vincenzo Cerami

unborghesepiccolopiccoloPiccolo, intenso e senza via di scampo. Così si presenta questo romanzo, circa 130 pagine amare che Vincenzo Cerami alla sua prima opera consegnerà alla storia della narrativa italiana e al cinema (grazie all’omonimo film di Monicelli con Alberto Sordi). Viene narrata la storia di Giovanni, impiegato pubblico, e della sua famiglia, il figlio Mario e la moglie Amalia, alle prese con gli ultimi anni prima della pensione, la voglia di riuscire a sistemare il figlio con un buon lavoro e godersi in pace il resto della vita. In tutto ciò, quella che sembra una vicenda senza mordente è in realtà una rappresentazione feroce dell’Italia dei primi anni ’70, l’Italia degli impiegati, dei loro piccoli sogni e di come la vita nella sua ineluttabilità sa schiacciarli e andare avanti. Se penso al nostro paese in quegli anni e all’immaginario proveniente dal mondo del cinema questa storia si pone come un fulmine a ciel sereno, come volesse aprire gli occhi agli italiani e far capire che il boom economico è un ricordo, le farse e gli equivoci della commedia all’italiana hanno perso senso e ad ogni angolo di strada può capitare di trovarsi contro dei giovanotti a mano armata.  Non intendo aggiungere altro alla trama, in effetti seppur in poche pagine ne avvengono di cose (tra massoneria, concorsi, omicidi e inseguimenti), ma solo sottolineare quanto – da impiegato pubblico quale sono – l’affresco dipinto da Cerami ormai 40 anni fa sia comunque ancora attuale.In un periodo come il nostro in cui si parla solo di crisi, leggere dei sogni di una famiglia semplice, della ricerca di un lavoro sicuro o della tanto agognata pensione (per fare cosa poi? andare a trovare i vecchi colleghi?) fa riflettere. Una scrittura semplice e diretta, volta a far sorridere delle piccole debolezze umane in alcuni casi e a far piangere in altri, presta l’opera allo scorrere degli eventi: non si può non concludere che è la Vita la vera protagonista del romanzo nel suo incedere pesante e senza sosta.

“Seduto, inforcati gli occhiali, fra le mani matita e “settimana enigmistica”, s’impegnò di muso buono a risolvere rebus e sciarade. Qualche suo colpetto di tosse ogni tanto, il respiro sforzato dell’assassino e il tic tac dell’orologio a pile erano gli unici segni di vita.”

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