Daft Punk – Random Access Memories (2013)

Random-Access-MemoriesNon ho mai recensito musica, ma in questo caso voglio parlare dell’ultimo disco in uscita dei miei – probabilmente – musicisti preferiti, ovvero i Daft Punk. Non ho certo i mezzi per analizzare i brani dal punto di vista tecnico, ma il rapporto che ho con la loro musica mi permette di parlarne. Il loro primo album “Homework” fu uno dei primi cd che comprai e, da sedicenne appassionato di dance, fu anche quello della svolta: quel sound acid techno ballabile e intelligente mi fece capire che la musica non era solo intrattenimento, ma anche passione, lavoro e voglia di sperimentare. Quel disco cambiò le sorti della musica elettronica e fu un successo oltre che per me, anche per il pubblico e la critica. Da quel momento i due Daft Punk divennero miei amici, ogni loro ritorno lo vedo come un incontro con coetani che non vedo da anni: il secondo album “Discovery” su due piedi mi lasciò di stucco, non mi piacque e solo pochi anni fa mi appassionai fin quasi a preferirlo al folgorante Homework. La svolta morbida, abbandonati gli scratch pesanti e le marcette techno, era evidente, aprivano delle fessure nel passato della loro/nostra infanzia, cresciuti negli anni ’80 avevano saccheggiato quel mondo dal punto di vista musicale, dando dignità a quel synthpop fino allora mai calcolato e anche qui hanno dettato legge, lasciando il segno nella musica successiva. Nel 2005 ricevetti come regalo per la laurea “Human after all“, 45 minuti di tecno ripetitiva, stessi suoni e poca inventiva, sicuramente il loro lavoro meno interessante, ma che aveva definitivamente consacrato la loro mitologia di robots che cercavano una via per unire l’anima umana a quella più tecnologica. Nel frattempo, prima di arrivare ad oggi, il duo pluripremiato di dj si è diviso in progetti solisti, colonne sonore, live spettacolari, cinema, fino a dosare ngli ultimi mesi l’hype per il nuovo album “Random access memories“. Annunciato dal singolo “Get Lucky“, hit senza pari dell’estate in arrivo, io mi stavo preparando a reincontrare i miei vecchi amici, ognuno di noi col proprio bagaglio di esperienze ed ecco che, complici svariati nomi interessanti del mondo della musica (Giorgio Moroder, Pharrell, Nile Rodgers, Dj Falcon, Panda Bear, Paul Williams), i due se ne escono con qualcosa di completamente assurdo. “Ram” è, secondo me, un viaggio indietro nel tempo alla riscoperta di suoni del passato; come attitudine ricorda infatti Discovery, ma c’è una maturità e una consapevolezza del tutto diversa: innanzitutto non sono soli, ma si sono circondati di gente di un certo livello che ha saputo mettere del suo nei brani in cui partecipa, e poi, soprattutto, molta di questa musica è “suonata”, limitando di molto la parte elettronica al classico ormai vocoder e qualche synth spinto (come nella suite quasi elettro jazz “Giorgio by Moroder” o nel gran finale “Contact“).

Non so se questo disco stravolgerà il mondo musicale come accaduto in passato, ma nella sua semplicità e in alcuni casi banalità, mi è sembrato quello più vero e mi ha fatto piacere risentirli dopo tutti questi anni arricchiti dal loro vissuto e da un insieme di conoscenze sempre più vasto: le influenze cinematografiche, il tocco musical, il funky elegante tutto basso e ritmo, i coretti, l’italo-disco da pelle d’oca, i testi semplici ma accattivanti. Non dimentichiamo insomma che i due robot sono umani dopo tutto.

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