Akira (1982) di Katsuhiro Otomo

ImmagineInauguro la categoria fumetto con un grande classico dell’editoria giapponese, il quale dubito (sono ottimista) qualcuno possa non conoscere.
Prima di iniziare vorrei ringraziare chi mi ha realmente convinto nel cimentarmi in questa lettura,  SACRAMEN del forum ILOVEPINGPONG (il mondo è strano).
Data la vastità dell’opera ho deciso di affrontare questa recensione in maniera più ordinata del solito. Cercherò di analizzare dapprima gli elementi più immediati per passare successivamente a quelli più complessi.
Ho acquistato la versione collection composta da 6 pesanti volumi. La prima volta è apparso a puntate su un periodico Giapponese ma credo che attualmente, in Italia, l’unica versione in commercio sia quella da me acquistata edizione Panini.
Il sopra copertina è realizzato veramente bene, si nota con piacere la volontà di farne un edizione da esposizione e nel complesso anche le costine disegnano un patch gradevolissimo sullo scaffale della libreria.
Utili i riassunti all’inizio di ciascun volume peccato solo aver riscontrato qualche imprecisione di troppo.
Entriamo ora nel vivo dell’opera.
Non sono un amante dei fumetti giapponesi soprattutto per quanto concerne i disegni, li ho trovati sempre troppo spogli, poco attenti all’ambiente circostante e soprattutto li trovo fin troppo caricaturali nella rappresentazione dei personaggi. Sorprendendomi, il tratto di Katsuhiro Otomo è completamente differente il suo disegno è preciso e particolarmente pulito. Una delle prime cose che impressionano è la dovizia di particolari soprattutto per quanto riguarda le strutture edilizie e gli strumenti tecnologici di ogni genere. Spesso si ha l’impressione di trovarsi di fronte a disegni tecnici veri e propri. Questa abilità del disegnatore è ancora più evidente nei primi tre volumi dell’opera in cui il ritmo è meno serrato e il minor dinamismo dell’azione permette una lettura più attenta, dedicando magari qualche secondo in più ad ogni singola vignetta. Pur reputando eccezionali le tavole maggiormente statiche non posso di certo affermare che al manga in questione manchi del dinamismo. Per buona parte della lettura ci ritroveremo a seguire azioni tanto veloci da lasciarci senza fiato; il tutto sempre accompagnato da quella ricchezza di particolari caratterizzanti dell’opera. Mentre si procede con la lettura è impossibile non notare il taglio cinematografico di molte sequenze. Alcune inquadrature sembra concepite per un mezzo diverso da quello che è la carta stampata. Trovo naturale la scelta del 1987 di farne una riduzione animata.
ImmagineLeggo con cadenza mensile due, tre testate Marvel e non ho potuto fare a meno di cogliere una differenza sostanziale nell’approccio al disegno. Le inquadrature Marvel hanno una naturale predisposizione nel  centrare la vignetta sul personaggio; la presenza scenica del soggetto è fondamentale. In Akira il disegno ha un respiro più ampio, vengono concessi più metri al lettore; è come se l’immaginaria macchina fotografica , presente nella matita dell’autore, fosse posta qualche centinaia di metri più distante rispetto all’azione.
Sono costretto a ripetermi dicendo che non sono un appassionato di fumetto giapponese e un altro importante motivo che mi tiene lontano da queste produzioni riguarda la massiccia presenza di demenzialità. Non sto parlando di comicità ne di semplice ironia, mi riferisco al, per me, inspiegabile bisogno tutto giapponese di abbassare il livello emotivo con inutili siparietti dementi sottolineati graficamente da orribili sanguinamenti nasali o gocce giganti a parziale copertura del volto del protagonista. Scelte queste per me ingiustificabili e particolarmente indigeste, per questo sono grato all’importante autore di Akira di non averne abusato troppo rimanendo sempre nei limiti di quello che ritengo accettabile e soprattutto connotando il fumetto di una certa piacevole serietà.
Sarebbe sciocco soffermarsi esclusivamente sull’aspetto visivo o quello comico; Akira ci fornisce molti più spunti.
ImmagineL’opera è stata scritta negli anni ’80 (Le prime uscite risalgono al 1982 per concludersi nel 1990) e al suo interno si ritrovano, alcune caratteristiche tipiche e tematiche ricorrenti del periodo; pensiamo al ruolo centrale che ricopre la droga. Negli anni ’80 il consumo di stupefacenti diventa un fenomeno sociale, simbolo indiscusso di questa ascesa troviamo l’ecstasy. Appare lampante quindi come l’immaginario del fumetto sia stato plasmato dal periodo storico in cui è stato scritto. Tale influenza ci appare ancor più evidente se ci fermiamo per un attimo ad analizzare la forma con la quale la sostanza viene qui disegnata; la classica pastiglia ovale di non piccole dimensioni assunta per via orale. Ad una rappresentazione sicuramente datata si contrappone invece una concezione particolarmente moderna. La droga funge da catalizzatore di potere, lo sballo diviene uno scopo secondario la vera forza è quella di generare nell’uomo capacità altrimenti impensabili. In questa visione Katsuhiro precorre i tempi, pensiamo all’uso di cocaina degli ultimi anni. La condanna all’assunzione di queste sostanze è comunque ben rimarcata nel sesto volume della serie, quella che sembrava l’unica via per controllare e ampliare le capacità si rivela invece un ostacolo;  Tetsuo dovrà passare per quella che viene rappresentata come una vera e propria disintossicazione.
ImmagineIn quest’opera nipponica è presente una forte critica; sia sul piano sociale come abbiamo già avuto modo di vedere con la droga, sia più strettamente politica. Prima di introdurre questo nuovo punto di vista è indispensabile evidenziare un altro aspetto.
Akira è concettualmente diviso in due momenti fondamentali, separati l’uno dall’altro, dalla seconda manifestazione del ragazzino. Nella prima parte viene presentato un mondo futuristico, di derivazione cyberpunk, con un suo equilibrio ben preciso e definito; nella seconda parte assistiamo all’assenza di equilibrio o se vogliamo, alla ricerca di un nuovo equilibrio. E’ nella contrapposizione tra queste due fasi che possiamo cogliere tutta la visione politica dell’autore. Notiamo che in tutta la prima parte del racconto, il governo il quale dovrebbe guidare il paese non viene mai rappresentato; questa assenza simboleggia l’inconsistenza della classe politica. ImmagineLa critica diviene ancor più feroce nella figura di Nezu rappresentante dell’opposizione. Inizialmente il personaggio sembra possedere qualche parvenza di nobiltà soprattutto grazie al suo legame con la resistenza, questa illusione si dissipa presto e nelle scene finali del terzo volume amergerà arrivismo e interesse personale. La caduta di ogni ideologia tradita dall’interesse personale culmina nella grande esplosione purificatrice causata, non a caso, dallo stesso comportamento di Nezu. Quell’esplosione rappresenta la volontà di mondare una società ormai irrecuperabile, una distruzione necessaria per poter ricominciare; una sorta di nuovo diluvio universale.
La seconda parte di questo racconto a fumetti ci presenta una tokyo stravolta, divisa tra due imperi contrapposti tra loro, richiamo ad una situazione medievale. Da una parte Tetsuo con il suo impero del terrore e dall’altra parte Miyako detentrice del poter religioso. Entrambe queste sfere di influenza ci vengono rappresentate inadeguate al dominio ultimo del paese; la prima basata sul terrore e quindi inaccettabile, la seconda troppo debole e indifesa. L’unica istituzione realmente credibile, per tutta la durata della narrazione, rimane l’esercito. Il Colonnello vero rappresentante del potere militare mantiene, nel corso di tutta l’avventura, la sua dignità e credibilità; mai spinto da interessi personali o altro tipo di bassezze appare, il Colonnello e tutto l’apparato militare rappresentato, l’unica vera luce per il Giappone.
Il quadro politico della seconda fase è complicato dall’inserimento del Giappone in un più ampio contesto internazionale. Ho particolarmente apprezzato questa scelta in quanto aggiunge un ulteriore livello di complessità alla trama e all’universo narrativo. La visione di Katsuhiro è particolarmente critica e traspare fin troppo chiaramente la personale antipatia verso la politica interventista Americana.  La summa di tutto il suo pensiero politico è espressa chiaramente nelle pagine finali che ammetto essere troppo autoritaristiche per i miei gusti. Se molte delle intuizioni del libro appaiono precorrere i tempi, nel finale, l’autore, con un’abbondate dose di nostalgia, ripropone la vecchia strategia nipponica di chiusura, già adottata dal Giappone nell’ottocento. Sinceramente, l’abbinamento tra chiusura nazionale e fiducia nell’esercito qualche brivido lungo la schiena me l’ha provocato.
Il discorso socio politico non è l’unico perno attraverso il quale si snoda la trama; di pari passo l’autore affronta temi più filosofici legati alla cultura orientale. Chiunque pensi di trovare nei sei volumi, qualche sorta di illuminazione rimarrà probabilmente deluso; nulla di nuovo è presente da questo punto di vista anche se il tutto è proposto in maniera affatto banale e comunque interessante. Il potere non appartiene all’uomo ma è una forza propria dell’universo e come tale può essere, se compresa, gestita ma non contenuta. Anche in questo ambito il buon Otomo ci ripropone la classica opposizione tra lo stolto occidente consumista e il più illuminato oriente spiritualista; emblematico il confronto tra il progetto “juvenille A” e Tetsuo; da notare che gli scenziati occidentali saranno gli unici trattati con tanta supponenza dal potente ragazzo.
ImmagineE’ sicuramente questo un fumetto adatto ad un pubblico eterogeneo ma sarebbe sciocco negare che il target di riferimento è certamente quello adolescenziale. Sono infatti gli adolescenti i protagonisti indiscussi di questa avventura. Ci vengono ben evidenziati tutti i limiti e le potenzialità della gioventù; Tetsuo e Kaneda incarnano questi due aspetti. Entrambi rifiutano il potere costituito, entrambi amano la sfida, entrambi non hanno paura di superare i loro limiti, quello che li differisce è l’approccio, il primo sceglierà la via solitaria e diventerà un mostro, il secondo si affiderà agli altri e sarà leader. E’ a questa gioventù che il disegnatore affida le sue speranze per il futuro, pur scegliendo una forma a me non gradita come ho già avuto modo di sottolineare.
Se nella prima parte troviamo più ricorrente il tema dell’amicizia e del gruppo, nella seconda parte appare più forte il tema amoroso, non voglio dilungarmi molto su questo aspetto in quanto abbastanza scontato, vorrei però sottolineare la delicatezza della platonica storia d’amore tra Kaori e Tetsuo, gli unici momenti in cui il coprotagonista sarà in grado di mostrare ancora la sua umanità, una sorta di redenzione prima della disfatta finale.
Mi rendo conto di aver scritto molto, probabilmente troppo, la complessità di una storia del genere richiedeva però un lavoro accurato.
Ripeto, se mai ce ne fosse bisogno, che alcune posizioni dell’autore possono non essere condivisibili (io per primo non le ho condivise) ma si tratta comunque di un opera magistralmente concepita ed eseguita perfettamente sia sul piano narrativo, sia sul piano grafico.

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7 thoughts on “Akira (1982) di Katsuhiro Otomo

  1. Ho trovato molto interessante questa analisi, in special modo perché mi ha permesso di vedere questo capolavoro attraverso un ottica differente rispetto a quella dell’appassionato che di solito viene adottata nelle recensioni su manga e anime.
    Per completezza, sarei curioso di leggere un pezzo sulla pellicola tratta da questo fumetto.
    Sul versante del manga mi permetto di consigliare alcune opere che esulano dalle caratteristiche indicate come fastidiose: DOMU, opera precedente di Otomo in cui sono ravvisabili in nuce elementi poi sviluppati pienamente con AKIRA, SANCTUARY di Buronson e Ryochi Ikegami, che segue in parallelo la storia di un giovane politico e la “carriera” di uno Yakuza, un fumetto che a tratti ricorda le migliori pellicole di John Woo e di Takashi Miike, BERSERK di Kentaro Miura, storia durissima di un cavaliere in un mondo medioevale, consigliata per l’eleganza e la richezza del tratto, per i riferimenti iconografici e per lo spessore psicologico con cui sono tratteggiati i personaggi. Sul versante dell’animazione mi permetto di segnalare qualsiasi cosa sia stata diretta da Satoshi Kon (in special modo la serie Paranoia Agent) e dallo stesso Otomo.

  2. Grazie per il commento.
    Domu lo avevo risentito mentre effettuavo qualche ricerca su Akira ed effettivamente mi aveva incuriosito. Altri che mi consigli ammetto di non conoscerli, proverò ad informarmi meglio. Berserk so che è apprezzato da un sacco di persone, non so perchè ma io non sono ancora stato catturato, inoltre so che ci sono delle difficoltà nel reperimento degli albi.
    Passando alla pellicola; posso dirti che “lo staff” di recensioni amichevoli (siamo in due nulla di che, però fa più scena detto così) ha intenzione di andare a vederla il 29 maggio al cinema e credo proprio di li a breve scriveremo qualcosa a proposito. Ho già visto la pellicola molto tempo fa ma non voglio sbilanciarmi senza averla rivista, i miei ricordi sono fin troppo appannati per ora.
    A presto!

  3. Pingback: Akira torna al cinema | Pop Culture

  4. Ho appena finito di leggere akira e devo dire sono rimasto deluso nonostante l elevata resa grafica. ho trovato tutti gli elementi di cui parla in questa recensione ma la realta e che nel manga l autore li ha semplicemente abbozzati senza mai svilupparli nella maniera in cui un opera talmente ambiziosa avrebbe meritato. Cio che rimane dopo la lettura e l idea di fondo dell autore di sviluppare un avventura corale, larger than life. La cosa e testimoniata dalle riprese a grandangolo deo fondali dettagliatissimi. Tutta questa ricerca pero va a discapito dell azione, il cui racconto pecca di fluidita, e l eccessivo dettaglio dei fondali rende statica. Infine la storia pur nella sua estensione risulta essere prolissa e ripetitiva.

    • Un opinione fuori dal coro è sempre ben accetta, tuttavia mi trovo in disaccordo sulla tua analisi. Credo che l’azione in Akira sia sviluppata in maniera più che soddisfacente, probabilmente lontana dalla tradizione manga più ortodossa e proprio per questo interessante e stimolante; faccio fatica comunque a vedere staticità nelle scene d’azione. La storia è sicuramente lunga ma ripetitiva mi appare ingeneroso come aggettivo, i colpi di scena sono numerosi e la divisione interna del racconto in due tronchi distinti evita proprio il ripetersi di situazioni uguali anzi.
      Ti ringrazio comunque per aver scritto e per essere passato da queste parti.

  5. Ciao, complimenti per l’articolo, se posso permettermi non sono d’accordo sul tuo giudizio sui manga in generale, magari nel frattempo ti sei interessato ad altro ma anche io ti consiglio di provare altri titoli tra cui spiccano quelli consigliati nella prima risposta a questo articolo ormai quattro anni fa. E se posso ancora permettermi ti linko un articolo in cui parlavo dello stile manga https://syfyomniverse.wordpress.com/2015/09/15/non-mi-piace-lo-stile-manga-breve-guida-sui-mangaka-dal-tratto-occidentale/ fammi sapere che ne pensi 😉

    • Grazie per la segnalazione ho letto il tuo articolo e l’ho trovato molto interessante. La mia affermazione nell’articolo è chiaramente data da una scarsa conoscenza del genere la quale non l’ho mai nascosta e più che un giudizio il mio era un pregiudizio. Rimango comunque sempre molto legato ad un tipo di fumetto più occidentale ma anche grazie ad interventi come i tuoi ho intenzione di approfondire un po di fumetto orientale.
      Grazie ancora!

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