Cattedrale (1983) di Raymond Carver

cattedraleUna delle cose più belle della lettura è imbattersi in autori non conosciuti e innamorarsene. Girando su facebook, Cattedrale era un titolo ricorrente e ho deciso di affrontare il volume praticamente a occhi chiusi, senza sapere a cosa andavo incontro e forse è stato meglio così. Le poche pagine di introduzione mi hanno presentato un autore interessante, dal vissuto tormentato e profondamente significativo per la letteratura della seconda metà del ‘900 americano. Cattedrale è il titolo di una raccolta di storie brevi, racconti di varia lunghezza, che mostrano un’America diversa, quella delle normali famiglie che non arrivano a fine mese, di padri alcolizzati, coppie distrutte, incontri particolari (come quello folgorante della storia che dà il nome alla raccolta) e vite in bilico tra la normale desolazione della provincia e drammi improvvisi.  L’altro lato della superpotenza, quello dei miserabili, nonché vero motore del paese viene qui mostrato senza fronzoli, insinuandosi abilmente nel quotidiano. Ogni racconto a modo suo mi ha colpito, il mondo descritto mi ha sempre affascinato; essendo cresciuto a pane e cinema americano ho iniziato a idealizzare quella realtà e a rimanere colpito dai dettagli e soprattutto dalla normalità che si nasconde nel “paese più potente del mondo” e Carver mi ha catapultato senza complimenti in quell’immaginario fin troppo vero, delineando una disperazione e una desolazione efficace (forse proprio perchè era il mondo da cui proveniva lui stesso). Cercare di fornire indicazioni sulla trama dei racconti sarebbe fuorviante e inutile, ma vorrei soffermarmi sullo stile asciutto e “minimale” dell’autore: frasi brevi, incisive, dialoghi verosimili, ambientazoni realistiche rese con poche pennellate sono gli elementi peculiari di Carver e si ritrovano in tutte le storie. Non posso che consigliarne la lettura e se al termine della prima storia breve vi ritroverete a chiedervi cosa abbia voluto realmente raccontare allora vorrà dire che avrà lasciato il segno e siete quindi pronti ad abbandonare la tranquillità di casa vostra per finire lungo le strade secondarie del mondo di Carver.

“Ma io ho continuato a tenere gli occhi chiusi. Volevo tenerli chiusi ancora un po’. Mi pareva una cosa che dovevo fare. “Allora?”, ha chiesto. “La stai guardando?” Tenevo gli occhi ancora chiusi. Ero a casa mia. Lo sapevo. Ma avevo come la sensazione di non stare dentro a niente.”

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