Il deserto dei Tartari (1940) di Dino Buzzati

ImmagineHo conosciuto questo autore sulle pagine di Martin Mystere (fumetto da me collezionato inmaniera ossessiva) in quella sede veniva ricordato in quanto amante del fantastico e, oltre che importante scrittore, anche valido fumettista. Spinto dalla curiosità ho deciso quindi di leggere qualcosa di Buzzati. Ho scelto, come primo approccio, il libro della consacrazione, il suo primo vero successo Editoriale. Per mia fortuna sono incappato nell’edizione Mondadori collana Classici Moderni, dico per mia fortuna in quanto, attualmente tale collana riporta in copertina il disegno orginale dello stesso autore ideato proprio per il romanzo. Come già affermato in qualche post precedente, l’immagine ricorda, nemmeno tanto vagamente Magritte, ed ammetto che risulta particolarmente calzate con il tema del libro. Il tema centrale trattato da Buzzati è quello dell’individuo sconfitto, inetto, tipico della letteratura, italiana e non, dei primi del 900. L’autore riesce però ad attualizzarne la tematica introducento elementi più moderni come l’alienazione da posto di lavoro fisso (attenzione, diversa da quella Fordiana da catena di montaggio) . Non sono più le titaniche istituzioni a fagocitare l’uomo, non è più la cultura industriale a schiacchiare l’individuo, ci troviamo qui di fronte all’individuo che schiaccia se stesso con la propria apatia. Non è la potenza delle Fortezza Bastiani a sembrare inarrestabile quanto invece la debolezza di Drogo a essere insuperabile. E’ sicuramente un libro fortemente simbolico ma a dispetto di quello che ci si potrebbe attendere, viene lasciato poco spazio all’interpretazione. Da una storia con così pochi legami con la realtà ci aspetterebbe un certo grado di ermetismo, evitato invece dall’autore in maniera scuasi sistematica. Ogni riflessione e ogni evento viene ben esplicata e commentata da Buzzati, il messaggio sotteso non è mai vago o dubbio ma ben in evidenza fino all’ultima pagina della storia. Una volta terminato il libro ho sentito la necessità di una rapida rilettura de “Il sabato del Villaggio” di Giacomo Leopardi; sarà probabilmente un mio personale volo pindarico, trovo però ci sia un sottile file conduttore ad unire le due opere. Come tutti ben sanno la celebre poesia esalta il momento dell’attesa, la vera felicità risiede nell’attendere la festa più che il viverla. Buzzati riprende questo concetto ma lo deforma, lo rende se vogliamo “nero”, ponendo al letture alcune domande chiave: cosa ne sarebbe di quella felice attesa se la festa non arrivasse mai? Se la data della festa non fosse certa l’attesa avrebbe lo stesso carattere gioioso? L’uomo è in grado di interrompere l’attesa e godere della felicità della festa?

Dalle note precedenti il romanzo ho potuto apprendere di quanto i romanzi di Buzzati fossero stati inizialmente osteggiati dalla critica in quanto considerati maldestre imitazioni dell’immenso Kafka, accuse per altro sempre rigettate dall’autore. Essendo un ammiratore dell’opera kafkiana ci tengo ad esprimere il mio modesto e personalissimo punto di vista. Malgrado ci sia una leggera somiglianza narrativa sono certamente più numerosi gli elementi divergenti tra i due autori. L’elemento fantastico è sì presente in entrambi ma, la componente onirica e distorsiva presente costantemente nell’autore di Praga (perfino nel suo romanzo più concreto come America) non si ritrova affatto in Buzzati che descrive un mondo inventato ma fortemente verosimile. I romanzi di Kafka sono un vero e proprio rebus, criptici e indecifrabili fino in fondo; come già affermato, l’autore italiano punta decisamente nella direzione opposta. Sia ne “Il Castello” sia ne “Il Processo” le istituzioni sono invincibile e soffocanti, contro di loro l’uomo non può nulla, nè comprenderle nè tanto meno contrastarle; la Fortezza è forse più subdola ma non costringe, le vie di fuga da essa ci sono e sono percorribili è la forza per intraprenderle che viene meno. Kafka dipinge protagonisti soli, le interazioni con altri personaggi non sono mai alla pari ma sempre su livelli differenti aumentando l’alienazione del protagonista; Giovanni Drogo ha degli amici, ha delle relazioni alla pari, in numerosi momenti la sua solitudine non è affatto assoluta. Alla luce di queste considerazioni, non riesco a ravvisare alcun tentativo di emulazione da parte del nostro Buzzati, le similitudini con Kafka sono forse più dovute ad una comune sensibilità per alcune tematiche moderne assolutamente da non confondere però con il plagio o la copiatura. Concludendo ho trovato il Deserto dei Tartari un libro molto interessante e stimolante, certamente non rientra nella classica letteratura da ombrellone. Trovo comunque la sua lettura quasi obbligata per chiunque ami la letteratura italiana con una forte dose di contenuti. Consiglio il libro a tutti ma soprattutto a chi, come me, lavora da anni come dipendente.

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