Uno studio in rosso (1887) di Arthur Conan Doyle

ImmagineE’ impossibile avvicinarsi alla lettura di un romanzo di Sherlock Homes senza alcuna idea pregressa sul personaggio. Non mi riferisco semplicemente ai numerosi racconti scritti di Conan Doyle, ma più in generale, a quella gran quantità di opere derivate, presenti ormai in ogni forma d’arte. Questa sovrabbondanza mediatica ha fatto si che ognuno abbia una propria idea del personaggio, non necessariamente collimante con la versione letteraria originale. Non rappresento, di sicuro, l’eccezione a questa regola e più volte, durante la lettura, mi sono ritrovato stupito di fronte alla versione originale dell’investigatore di Baker Street.
La prima cosa ad avermi colpito è la descrizione del famoso metodo deduttivo, applicato dal nostro famoso detective. Ci troviamo di fronte ad un vero e proprio “sistema” di indagine con tanto di regole infallibili e assiomi marmorei. Holmes non è quindi un genio assoluto alla cui ragione nulla sfugge, bensì viene descritto come un meticoloso studioso, ossessionato dal suo metodo d’indagine, quello si, realmente infallibile.
La figura di Holmes mantiene intatto il suo carisma irresistibile ma un attenta lettura mette in evidenza alcuni limiti in grado di scalfire la presunta onniscienza con cui altri autori lo hanno dipinto.
Il segugio di Baker Street rappresenta quanto di più vicino ad un atleta professionista moderno: vuol primeggiare in uno specifico campo, la sua vita ruota intorno al raggiungimento della perfezione, tutte le sue capacità sono utili a questo scopo e vengono costantemente affinate e allenate per ottenere il massimo della prestazione, il resto viene tralasciato e trascurato. Come lo stesso Watson sottolinea sono infatti molte le lacune dello stimato investigatore.
Una delle particolarità più significative del romanzo è la particolare struttura dello stesso. Il racconto capostipite di gran parte della letteratura gialla del ‘900 è composto per metà da una storia completamente avulsa con il resto e di genere del tutto differente. E’ nota la forte componente autobiografica della figura del dott. Watson nella quale Conan Doyle trasferisce la sua passione per la medicina; quest’ultima non è la sola a trasparire, la divisione del libro mette in evidenza anche quelle che sono le sue altre, numerose, passioni letterarie, come quella del classico romanzo d’avventura o del saggio storico, entrambe presenti nella seconda parte.
Leggendo la vita dello scrittore, medico e Sir inglese, si capisce quanto il pirandelliano scontro tra primato dell’autore e l’indipendenza del personaggio, si risolva a favore dello stesso. E’ incredibile scoprire come un convinto assertore dello spiritismo sia anche il padre del più razionale dei personaggi della letteratura ed appare quindi comprensibile l’antipatia maturata da Doyle per Holmes tanto da fargli mettere in atto un vero e proprio omicidio letterario (L’ultima Avventura) ma è proprio in questo frangente che il sopraffino detective dimostra tutta la sua forza vitale costringendo l’autore a riconoscerne la sua indipendenza.
Aggiungere qualcosa sulla qualità del racconto stesso mi sembra sciocco e superfluo visto la sua notorietà, posso solo concludere dicendo che grazie al famoso originale ho scoperto uno Sherlock Holmes  meno noto.

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3 thoughts on “Uno studio in rosso (1887) di Arthur Conan Doyle

  1. La mia prima lettura di Sherlock mi è capitata per caso.. ero piccola e innamorarmi di questo investigatore non è stato difficile.
    Amo ogni singolo gesto e ogni parola riflettuta. E’ unico!!!!
    Spero passerai nel mio ultimo post! Ci conto!
    Un bacio.
    Luna

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