Il marchio giallo (1953) di Edgar P. Jacobs

titoloNel percorso che intendo intraprendere nel mondo del fumetto una delle prime tappe non poteva che essere quella franco-belga di metà novecento.
Insieme ad Hergé(creatore di Tin Tin) Jacobs è considerato uno degli esponenti più influenti della corrente che prende il nome di Linea Chiara e che caratterizzerà, quando ancora non caratterizza, tutta la produzione d’oltralpe.
A questo punto credo sia doverosa una precisazione, Linea Chiara nella sua accezione più ampia non descrive, come molti pensano, esclusivamente una tecnica grafica ma identifica una precisa filosofia con la quale viene intenso il fumetto; proprio nel Marchio Giallo ne possiamo ritrovare tutte le caratteristiche principali.
La prima cosa che colpisce dell’opera è la forte volontà di razionalizzazione. Jacobs si sforza affinché tutta l’attenzione del lettore sia rivolta alla storia intraprendendo, in questo senso, delle scelte precise.
Sul lato visivo predilige una costruzione della pagina molto geometrica optando per pochi e semplici schemi di layout riproposti per tutta la durata del racconto. Anche i disegni sono allineati perfettamente con l’idea di leggibilità e semplicità ricercata dall’autore mostrando una pulizia del tratto a dir poco esemplare. Non si assiste mai alla ricerca della vignetta ad effetto, del forzatamente clamoroso.

La scena del treno

La scena del treno

A titolo d’esempio vorrei segnalare la scena dell’attentato al treno, momento questo ideale per un possibile colpo visivo “sensazionale” e invece trattato con la massima sobrietà possibile.
Sul fronte lettering il Marchio Giallo si caratterizza per una, facilmente riconoscibile, verbosità. Per tutta la durata della storia l’autore belga ci propone dialoghi particolarmente lunghi ed elaborati con intere vignette ricoperte di testo. Personalmente apprezzo questo stile, sicuramente datato, basato molto sulla parola. Dove l’opera mostra la sua debolezza è invece sul fronte didascalie. La necessità di chiarezza sfocia nell’inutile bisogno di commentare ogni scena con una sorta di piccolo riassunto che la descrive. Questo atteggiamento denota la scarsa fiducia di cui il mezzo fumetto, negli anni ’50, godeva anche da parte degli addetti ai lavori, mostrando una predominanza culturale della letteratura su altre forme espressive; situazione che oggi si presenta in maniera sicuramente diversa.
Jacobs pur essendo belga, nel Marchio Giallo riesce a trasmettere una perfetta atmosfera britsh, l’alta borghesia descritta si sposa alla perfezione con la sobrietà con cui viene gestita la sceneggiatura.

La londra di Jacobs

La londra di Jacobs

Una menzione d’onore va alle tavole d’apertura con una Londra piovosa resa magistralmente.
La trama è ben studiata, purtroppo la notorietà del fumetto rende difficile qualsiasi tipo di sorpresa, ma i colpi di scena sono comunque godibili e ben studiati. I limiti maggiori si avvertono, nell’emergere di alcune fobie tipiche del clima post seconda guerra mondale e in alcune pretese pseudo scientifiche ormai troppo banali per un lettore del 2000.

C'era veramente bisogno di questa didascalia?

C’era veramente bisogno di questa didascalia?

Le piccole mancanze evidenziate non minano assolutamente la bellezza di un opera che a pieno diritto è annoverata tra le pietre miliari dell’arte del fumetto novecentesco soprattutto quello europeo.
Chiudo segnalando l’ottima edizione della Alessandro RE, casa la quale avevo già avuto modo di apprezzare nel Romeo e Giulietta di Gianni de Luca.

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