Colombo (1976) di Francesco Tullio Altan

copertinaEd eccomi nuovamente a recensire un altro dei miei acquisti lucchesi. Questo nuovo volume mi consente finalmente di ringraziare e segnalare il blog Over the Roofs tenuto dal preparatissimo e sempre disponibile Ned; in particolare mi sento di consigliare a tutta la lettura della rubrica 300 per me fonte costante di suggerimenti fumettistici (non ultimo proprio l’attuale Colombo). Grazie a questo blog si riscoprono grandi opere del fumetto mondiale con un particolare occhio di riguardo al panorama italiano, mai parco di magnifiche opere.
Colombo, come è facile intuire, ripercorre le gesta del noto navigatore genovese, seguendolo nella sua più celebre avventura.
Fin dalle prime tavole è evidente l’intento dissacrante dell’opera. L’idea è quella di strappare l’impresa al mito, di epurare la figura del navigatore da qualsiasi tipo di esaltazione eroica e anzi, per garantire l’effetto comico si esagera nella direzione diametralmente opposta; non solo Colombo viene presentato come corrotto e corruttibile, ma lo sono tutti i personaggi della vicenda, in un gioco al ribasso caratterizzante l’intero volume e probabilmente tutta l’opera di Altan.

Colombo perso in mare

Colombo perso in mare

Trovo quasi superfluo dirlo, Colombo è certamente un fumetto senza alcuna pretesa storica o documentaristica, anche se rischia di avvicinarsi alla realtà più di quanto sia lecito aspettarsi.
Osservando le vignette, senza necessariamente seguirne la sequenzialità, sono evidenti alcuni elementi ricorrenti. Gli insetti sono praticamente ovunque e conferiscono alla storia un pervasivo senso di sporco, di contaminato, di marcio. Questi elementi ricordano, almeno a me, i famosissimi salami di Jacovittiana memoria; assolutamente non funzionali alla storia ma in grado di influire sulla percezione della stessa la quale, nel caso di Jacovitti, si configura nel nonsense e nel caso del Colombo di Altan nel generalizzato senso di degrado.
Mi ripeto evidenziando ulteriormente la volontà dell’autore di narrare la realtà attraverso le sue storture. Altan è narratore della bruttezza non a caso la sua caratteristica anatomica più famosa e la più riconoscibile risiede nei suoi nasi, bruttissimi e adunchi, con un naso del genere nessuna figura umana potrebbe risultare aggraziata e solo rare eccezioni (femminili) vengono risparmiate.
Quella del padre di Cipputi è una visione totalmente pessimistica tanto del presente quanto del passato, (vedi appunto Colombo), in cui l’unica via possibile sembra essere quella di una visione distaccata e assolutamente cinica.

Solo poche donne si salvano dal naso di Altan

Solo poche donne si salvano dal naso di Altan

Trovo quest’ultimi aspetti i meglio elaborati dell’opera; prima di tutto perché costituiscono il motore attraverso il quale si sviluppano le migliori trovate comiche e in secondo luogo perché vengono realizzate attraverso un espediente narrativo innovativo in un fumetto dall’impostazione molto classica (non è certamente questa una nota di biasimo). I commenti sarcastici sottostanti le vignette, creano nel lettore un distacco dalla vicenda la quale non viene più vissuta ma osservata in compagnia dell’autore stesso. Una trovata in grado, da un lato, di bloccare la naturale empatia che spesso si instaura con i protagonisti delle storie e dall’altro lato costringe ad una lettura più fredda e ragionata permettendo così di poter meglio apprezzare la visione cinica di Altan. Forse esagero dicendo che viene qui sperimentato una sorta di effetto Gialappa’s ante litteram.

Arrivati in America!

Arrivati in America!

Un fumetto certamente interessante e divertente il quale mi ha permesso di scoprire un autore intelligente e molto famoso per le sue vignette satiriche ma forse non abbastanza apprezzato per la sua indubbia capacità narrativa a più lungo respiro. Per chi non lo ricordasse aggiungo che Francesco Tullio Altan è l’autore anche della nota Pimpa, fatto questo che ne esalta ulteriormente le sue capacità poliedriche.

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