Il Condominio (1975) di J. G. Ballard

ilCondominio_recensioneUn condominio di ultima generazione ospita duemila inquilini, negozi, una banca, un asilo e altre attività in grado di soddisfare interamente la vita quotidiana dell’uomo. Attraverso gli occhi di alcuni di loro – Robert Laing, medico insegnante da poco separato, Anthony Royal, uno degli architetti che ha progettato la futuristica struttura e il giornalista Richard Wilder – assistiamo al lento deteriorarsi di qualsiasi comportamento civile a causa di piccoli equivoci e improvvisi disagi fino alle estreme conseguenze. Avevo approcciato Ballard già qui tempo fa e con questa nuova lettura non posso che confermare le mie iniziali impressioni sull’autore e la sua opera. Forse perché vivo in un condominio con decine e decine e decine di condomini in cui le riunioni diventano mini esplosioni di frustrazioni globali, ma ho trovato questa storia/metafora molto accattivante e coinvolgente. L’autore ci posiziona all’interno del palazzo, non si esce quasi mai dall’unità di luogo e l’esterno è limitato al parcheggio o agli altri megagrattacieli di prossima costruzione: quella che può sembrare una limitazione per i personaggi diventa invece una garanzia di sicurezza, la consapevolezza di avere un proprio posto in un microhabitat gerarchicamente suddiviso. La suddivisione in aree nata quasi spontaneamente (in alto gli inquilini più pregevoli fino a scendere ai liberi professionisti/hostess/etc dei primi piani) verrà esasperata col passare del tempo e la trasformazione in giungla al limite della sopravvivenza sembrerà agli occhi dei nostri inquilini quasi naturale: la violenza segnerà l’inizio della libertà dalle inibizioni in un crescendo al limite dell’assurdo. Il reiterarsi di scaramucce, disagi, blackout, ritorsioni riesce nella sua insistenza a farci percepire l’odore di chiuso del grattacielo, la puzza di immondizia non smaltite e l’igiene trascurata dei “sopravvissuti“. Spiragli di luce arrivano attraverso tapparelle distrutte, mentre dagli ultimi piani volano oggetti che si schiantano al suolo; tutto quanto di normale c’è nella vita in comune di un grande palazzo viene esasperato e, proprio per questo forse, la critica a quel tipo di sistema da parte di Ballard colpisce a dovere: una critica alla società che impon, attraverso anche il consumismo e la ricchezza, un limite alla natura dell’uomo. Una lettura veloce, a tratti indigesta, ma sorretta da una narrazione sicura, molto meno pesante di Crash ammetto, che rientra nei cult istantanei. Non mi resta che attendere impaziente la trasposizione cinematografica in lavorazione, firmata da quel geniaccio di Ben Wheatley.

“Al sicuro nella conchiglia del grattacielo, come passeggeri a bordo di un aereo con il pilota automatico, erano liberi di comportarsi in qualsiasi modo volessero, di esplorare le pieghe più oscure della propria personalità. Per molti versi il grattacielo era il perfetto modello di tutto ciò che la tecnologia aveva fatto per rendere possibile l’espressione di una psicopatologia autenticamente libera”

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