Il pendolo di Foucault (1988) di Umberto Eco

pendoloIn questo ultimo anno in cui ho cercato di approfondire la mia conoscenza sul mondo delle “nuvole parlanti” mi sono imbattuto spesso negli articoli di Umberto Eco sull’argomento; del resto il suo lavoro di saggista e studioso, anche in quest’ambito, è stato di assoluta importanza sia a livello nazionale che internazionale. Avevo dimenticato completamente il, sicuramente più noto, contributo dato alla narrativa del professore alessandrino avvicinandomi, senza alcuna pretesa al pesante tomo (iniziale passatempo per un viaggio composto da numerosi e lunghi spostamenti in pullman) con la consapevolezza che mai, una volta terminato, ne avrei tratto una recensione, mi sbagliavo.
Il Pendolo di Foucault è un libro complesso per diversi motivi. Primo fra tutti l’imponente quantità di informazioni storiche in esso presenti le quali, pur non intaccandone la scorrevolezza e il piacere della lettura, possono in qualche frangente provocare un leggero senso di confusione nel lettore. Personalmente, pur non essendo in possesso di un preparazione storica così approfondita (non credo siano in molto a poterne vantare una in grado di sostenere completamente il libro) ho apprezzato questa forma di bombardamento in quanto del tutto funzionale nella costruzione della storia.
Il sistema narrativo scelto non è certamente dei più lineari, la vicenda è un lungo flashback del protagonista, composto esso stesso da continui sbalzi temporali che abbracciano più di un millennio, gestiti da Eco in maniera impeccabile.
Il Pendolo di Foucault raggiunge la sua eccellenza nel cast dei personaggi, ognuno caratterizzato perfettamente, ognuno profondissimo e mai scontato, mai macchietta, ognuno con una propria visione del mondo in grado di generare nel lettore domande e riflessioni. Senza dubbio il personaggio più carismatico e interessante è Belbo. Il suo continuo senso di inadeguatezza, la continua sconfitta praticamente auto imposta, un senso di dignità personale talmente grande da farne un limite. Un personaggio prismatico insomma il cui comportamento risulta spesso difficile da accettare o condividere ma che non può lasciare indifferente il lettore.
Insomma un grande libro sotto molti punti di vista, probabilmente sottovalutato dal pubblico e forse non del tutto capito dalla critica, pur se positiva, il quale meriterebbe maggiore notorietà.
Ho lasciato nel finale uno degli aspetti, per me, di maggior interesse nel “Pendolo”. E’ impossibile non notare una certa somiglianza tra l’opera di Eco e quel filone letterario tanto di moda, fino a qualche anno fa, che potrebbe essere definito come fanta-storico di cui Dan Brown rappresenta l’esponente più di spicco (qui la recensione di Inferno). Il nostro volume può vantare quasi 20 anni di vantaggio sull’arcinoto “codice” e ancora di più nei confronti dei successivi epigoni. A rendere l’opera interessante non è semplicemente la sua forza precorritrice, quanto piuttosto, il suo essere risposta ad un fenomeno letterario il quale si prenderà e verrà preso troppo sul serio. A stupire insomma è la capacità visionaria messa in campo da Eco nel suo libro; il professore italiano risponde a Dan Brown prima ancora che Dan Brown inizi a scrivere.

Da Wikipedia
Molti critici hanno visto nel bestseller Il codice da Vinci di Dan Brown la versione popolare del suo romanzo. A questo riguardo in un’intervista Eco dice:
« Sono stato costretto a leggerlo, perché tutti mi facevano domande in proposito. Le rispondo che Dan Brown è uno dei personaggi del mio romanzo Il pendolo di Foucault, in cui si parla di gente che incomincia a credere nel ciarpame occultista.
(intervistatore) Ma sembra che lei stesso sia interessato alla cabala, all’alchimia e ad altre pratiche occulte di cui parla nel suo libro.
No, nel pendolo di Foucault ho rappresentato quel tipo di persone in maniera grottesca. Ecco perché Dan Brown è una delle mie creature. »

(intervista di Deborah Solomon, La Repubblica, 25 novembre 2007)

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