5 documentari (in 5 giorni) da Herzog a Vertov passando per la stanza 237

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In questi giorni di vacanze pasquali ne ho approfittato per smaltire un po’ delle quantità di cibo ingurgitato e recuperare alcuni documentari che mi incuriosivano ormai da molto tempo. Premetto che ho un rapporto strano con questa forma del fare cinema: da sempre ho tralasciato i documentari per dedicare il mio tempo alle storie, più o meno di fantasia, che i film sapevano offrire, pensando che le lunghe chiacchiere o la semplice realtà documentata potessero annoiarmi. Negli ultimi tempi, la curiosità ha iniziato a fare capolino nella mia testa e qualche titolo qua, qualche titolo là ho deciso di approfondire e queste vacanze appena concluse mi hanno confermato quanto mi sbagliassi e quanto fossero cinema vero e proprio i documentari.

large_7edxldq8bbg8yc2janhvovhte3Il primo che ho visto è Room 237 (2012) di Rodney Ascher: l’autore decide di raccogliere le teorie e le testimonianze di fan e addetti ai lavori riguardanti quel momumentale esempio di cinema horror e non solo che è Shining di Stanley Kubrick. Abbiamo teorie cospirazionistiche, rivelazioni sul finto filmato dell’allunaggio americano, riferimenti a Minotauro e alle favole, echi del genocidio dei pellerossa e riferimenti al nazismo. La parte a mio avviso più interessante, in mezzo a ricostruzioni forzate, è quella riguardante la ricostruzione dell’Overlook Hotel, di come la struttura sia un enorme labirinto curato nei minimi dettagli e in cui le illusioni ottiche e le assurdità contribuiscono ad aumentare il fascino del film con Jack Nicholson.

fid15408Segue a ruota The Wolfpack (2015) di Crystal Moselle in cui ci viene presentata la famiglia Angulo, in particolare i sei fratelli, che vivono segregati nel loro appartamento al sedicesimo piano di uno stabile del Lower East Side di Manhattan per volere del padre Oscar e della madre, al riparo dal mondo esterno e lontani da contaminazioni. La regista conosce per caso i ragazzi e decide di filmare la loro storia, scoprendo come sono cresciuti e come hanno conosciuto loro il mondo esterno grazie alla passione per il cinema: gli Angulo infatti trascorrono il proprio tempo libero ricreando scene di film famosi, tutto questo finché uno di loro decide di uscire di nascosto e aprire la porta al Mondo. Toccante e aperto a varie interpretazioni, offre uno spaccato estremo della famiglia contemporanea.

519BD32QJRL._SY445_Di Werner Herzog non c’è molto da dire. E’ autore di culto, ha girato svariati documentari – di uno ne parlavo qui – e con Grizzly Man (2005), seguendo la storia di Timothy Treadwell e della sua vita a contatto con i grizzly dell’Alaska conferma la sua visione sul rapporto uomo- natura e sulla sua ineluttabilità. Treadwell ha convissuto con gli orsi per alcuni anni, raccogliendo ore di filmati e convincendosi della sua battaglia a favore della difesa di questa specie e considerandosi “amico” di questi animali finché non venne ucciso da uno d loro. Herzog segue le riprese dell’uomo orso, ricostruisce la sua morte e la sua vita attraverso colleghi e amici, scoprendo molto semplicemente che quella di Treadwell era una fuga da se stesso più che una battaglia per la natura: scopriamo un uomo tormentato e animato dal desiderio di superare i propri limiti.

tumblr_nkut9sXRmE1tlljfxo2_500Il più difficile da vedere, nonché il più appassionante per la sua vicinanza a storie viste e riviste nel cinema è stato invece Dear Zachary: a letter to a son about his father (2008) di Kurt Kuenne. Il regista in questo caso decide di ricostruire tramite le memorie di amici e familiari la vita e la morte del suo caro amico Andrew Bagby, ucciso dalla sua ex compagna: decide di farlo per donarlo al piccolo Zachary, il figlio che la donna assassina ha dato alla luce dopo la morte di Andrew. La storia qui prenderà una nuova piega e supera di gran lunga la fantasia e nel seguire la ricostruzione e i colpi di scena se ne esce distrutti per quanto accaduto e quanto sopportato dai familiari di Andrew. Si riflette su quanto resta di noi dopo la morte, sulla superficialità di alcune leggi e sulla forza d’animo che può aiutare a superare certe tragedie. Il documentario ha la particolarità di essere in continuo divenire, cambiando argomento e destinatario risulta molto personale e accorato.

Man_with_a_movie_cameraUltimo in ordine di visione ma primo (in senso vero e proprio) dal punto di vista cronologico è L’uomo con la macchina da presa (1929) di Dziga Vertov, vero e proprio manifesto del documentario, superiore al cinema secondo l’autore sovietico, realizzato con tecniche all’avanguardia e decisamente sperimentale. Abbiamo riprese della vita quotidiana di Mosca, cineoperatori al lavoro, macchine da presa che si muovono e prendono vita, immagini ad effetto che creano un lavoro complesso ma deciso nel messaggio da trasmettere, surreale nell’insieme ma fondamentale per l’arte. P.s la versione che ho recuperato aveva il sonoro firmato The Cinematic Orchestra.

Nel consigliare la visione di questi titoli, colgo l’occasione per chiedere consigli su altri documentari da recuperare, confido nei nostri pochi ma fedeli lettori.

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2 thoughts on “5 documentari (in 5 giorni) da Herzog a Vertov passando per la stanza 237

  1. Degli stessi autori di Room 237, c’è il bellissimo The Nightmare, sulle paralisi notturne. E poi, sempre restando in ambito horror, anche My Amityville Horror è un bel pugno nello stomaco.
    Poi è uscito da pochissimo Racing Extinction, che consiglierei a chiunque sulla faccia della terra.
    Un po’ controverso è stato Blackfish, sulle orche in cattività nei parchi acquatici, sopratutto Seaworld.
    Spero di esserti stata utile 😉

    • Grazie mille Lucì, The Nightmare l’avevo già segnato in seguito al tuo post, mi scrivo anche gli altri, soprattutto Racing Extinction di cui non so nulla 🙂

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