Lo smeraldo (1974) di Mario Soldati

$_35Dalla bancarella dell’usato di non ricordo più quale festa arriva questo romanzo dall’incedere sornione che, attraverso l’espediente del sogno, immagina un futuro distopico post apocalittico inusuale, il tutto ambientato in Italia. Il protagonista è l’autore che, durante un viaggio a New York, incontra un misterioso soggetto  il quale gli svelerà che una pietra preziosa lo attende in un paesino della Francia, una pietra che permetterà all’autore di accumulare ricchezze e avere visioni del futuro. Inizia così il viaggio onirico avventuroso del protagonista in un mondo diviso in due da una guerra atomica, passando per Genova, attraverso le terre desolate del Lazio fino a Napoli. Tutto molto strano in questo libro, in alcune parti le dinamiche sono ambigue e non troppo chiare (lo sdoppiamento del protagonista alla ricerca del suo vecchio amore Mariolina nel futuro sognato, la presunta preziosità dello smeraldo e via dicendo), mentre molto più consone al genere sono le immagini del mondo post-guerra. Abbiamo la divisione tra il nord di dominazione russo/americana , la Linea che attraversa la bassa toscana e il Lazio che si dice sia contaminata e il sud arabo/indo/cinese meno efficiente e più simile alla nostra epoca:  il nostro si muove nel sogno nei panni di un suo alterego pittore e, grazie a strani incontri durante il tragitto, arriverà a Napoli. La parte forse più interessante di questo esperimento distopico riguarda le riflessioni dell’autore: lo sguardo al passato, la nostalgia verso luoghi ormai abbandonati, le riflessioni sul cinema bandito dal futuro (lui è stato anche regista), tutti elementi più personali che rendono più unico il suo “viaggio” fantastico. Ottima anche l’ambientazione, almeno per me, che mi ha permesso insieme all’autore di camminare sulla Cassia, tra le rovine di Viterbo fino a Roma, zone più o meno conosciute dal sottoscritto. Una lettura leggera, non impegnativa o particolarmente significativa quindi, ma una curiosa incursione in una sorta di fanstascienza all’italiana che mi ha colpito.

“Niente era rimasto della vita se non queste cavità che quasi la parodiavano, se non questi vuoti che quasi ne erano il simbolo irridente. /…./erano le cavità dove entrava il desiderio della vita e da cui la vita stessa usciva: morte, però, adesso, morte: immagini materiali di un finale sarcasmo.”

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