Guida galattica per gli autostoppisti (1979) di Douglas Adams

guidaCopio e Incollo da Wikipedia: Il termine supercazzola è un neologismo che indica un nonsense, una frase priva di senso logico composta da un insieme casuale di parole reali e inesistenti, esposta in modo ingannevolmente forbito e sicuro a interlocutori che pur non capendo alla fine la accettano come corretta.
Questa pratica e il termine che la definisce devono la loro notorietà all’epica saga di Amici Miei del regista Mario Monicelli e credo sia l’elemento centrale e uno dei più caratterizzanti di questo noto, soprattutto tra gli appassionati di fantascienza, romanzo.
A volerla dire con la massima sincerità la supercazzola è uno degli elementi fondanti di gran parte del genere fantascientifico. Quante volte ci siamo ritrovati a leggere pagine piene di tecnicismi fine a sé stessi quando non incomprensibili o senza senso, quanti autori hanno versato fiumi d’inchiostro nel tentativo di rendere plausibili tecnologie prive di qualsiasi fondamento scientifico? Douglas si differenzia per la scelta coraggiosa di non nascondere questa “presa in giro” ai lettori, piuttosto la esagera, la palesa, in qualche modo finalmente la smaschera ed è questa presa di coscienza a suscitare ilarità.
L’autore, con Guida galattica per gli autostoppisti, sceglie di percorrere una strada impervia inserendo la comicità in uno dei generi più refrattari ad essa. La Fantascienza si è sempre presa molto sul serio e questo non è dovuto esclusivamente ad un certo fondamentalismo dei suoi lettori, che pure esiste, ma anche ad alcune tipicità intrinseche del genere stesso; fra tutti è infatti quello che richiede al lettore un maggior sforzo in termini di sospensione dell’incredulità, sforzo più facilmente accettato se posto in un clima poco giocoso.
La bravura di Adams qui è a dir poco esemplare. Il libro è una parodia spassosa e leggera delle space opera più classiche ripropone infatti, in chiave ironia, gli elementi tipici del genere. A rendere però il libro un piccolo gioiello non è tanto la sua indubbia forza comica quanto piuttosto la capacità di rappresentare esso stesso una convincente saga spaziale. Il libro non si esaurisce nella semplice parodia ma riesce a costruire, proprio a partire da quegli elementi messi alla berlina, un universo narrativo fantascientifico coerente e funzionante. La supertecnologia, le miriadi di razze aliene, i viaggi interstellari sono tutti elementi tipici della fantascienza più classica i quali l’autore deride e al contempo inserisce nel libro in maniera funzionale e convincente. Un doppio salto mortale complesso e per niente scontato che è stato in grado di far entrare il libro, giustamente, nell’empireo del genere.
Credo sia ormai evidente quanto io abbia apprezzato il libro dell’autore britannico ma, dopo una chiacchierata con un amico lettore, devo riconoscergli un limite; quello di essere soprattutto un libro per gli amanti del genere. Come qualsiasi tipo di parodia, per quanto ben fatta possa essere, il suo tallone d’Achille risiede nella necessità di dare per scontati gli elementi fondamentali del genere su cui si basa. Ero convinto che l’approccio brillante di Douglas Adams potesse in qualche modo arginare questo limite, probabilmente sbagliavo. Per chi non si è mai avvicinato alla fantascienza la lettura di questo libro rimarrà comunque, pur nella sua eccezionalità, indigesta.

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