I pascoli del cielo (1932) di John Steinbeck

image_book-phpAvevo bisogno di una bella lettura consolante, a tratti non impegnativa e mi sono lasciato trasportare nella valle che Steinbeck chiama “pascoli del cielo”, tra luoghi selvaggi e rigogliosi, a conoscerne gli abitanti e le loro storie. Viene considerato un romanzo ma è in effetti una raccolta di racconti più o meno brevi il cui elemento comune è appunto il luogo di ambientazione.  Steinbeck ci conduce nella valle dell’alta California, dalle parti di Salinas, Monterey e della missione di Carmel (ndr: ci sono passato durante il mio viaggio di nozze), una valle dove alcune famiglie hanno pensato di stabilirsi e appropriarsi dei terreni ancora liberi e mai lavorati: è un luogo unico, lontano eppur vicino dalle grandi città e dalla vita caotica del tempo, in grado di offrire nuovi inizi e nuove possibilità a chiunque avesse voluto. Ogni capitolo racconta di una famiglia, siamo in momenti ed epoche di volta in volta diversi, alcuni nomi sono ricorrenti, ma quello che emerge è ciò che quell’unico luogo rappresenta: i pascoli sono motivo di libertà, di speranza, di comunanza, per quella gente che Steinbeck ha sempre saputo raccontare, quei pionieri, avventurieri, sfortunati ma protagonisti in tutto e per tutto della loro esistenza. Lo sguardo dell’autore in questi piccoli “quadretti” potrebbe essere definito gentile, curioso e attento nel non giudicare le vicende dei nostri abitanti dei pascoli: un pizzico di superstizione la troviamo nell’arrivo dei Munroe nella fattoria “maledetta”, ma non c’è malizia nel raccontare il “business” delle sorelle cuoche di tortillas, nessuna sfumatura grottesca nella storia del piccolo Tularecito e nessun indice puntato contro Wicks lo scroccone. C’è profondo rispetto per la gente dell’Ovest da parte di Steinbeck, persone che hanno abbandonato tutto, persone che in questa vallata hanno pensato di ricominciare. Come alla fine di una favola di Esopo, ci si ritrova a cercare una morale in quanto raccontato dall’autore, morale che non sempre è presente: il racconto in sè è la storia, sono i luoghi e le persone nella loro semplicità e dignità  e nessun ulteriore significato va cercato.

« Una lunga valle si stendeva entro un anello di colline che la proteggevano dalla nebbia e dai venti. Disseminata di querce, era coperta di verde pastura e formicolava di cervi. Al cospetto di tanta bellezza il caporale si sentì commosso…
“Madre di Dio!” mormorò. “Questi sono i verdi pascoli del Cielo ai quali il Signore ci conduce!»

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