Le Avventure di Luther Arkwright (1978) di Bryan Talbot

copertinaAll’inizio degli anni ’80 il mercato dei supereroi  americani stava conoscendo un’altra delle sue innumerevoli crisi. Una manciata di autori proveniente dalla Gran Bretagna, grazie ad un retroterra culturale distante dal quello a stelle e strisce, riesce a ripristinarne la sorte e in parte a rinnovarlo nei contenuti. Gli autori di spicco di quella che venne definita “ondata britannica” furono fra tutti Frank Miller e Alan Moore. Bryan Talbot pur rientrando a buon diritto in quella fortunata generazione non ha conosciuto la straordinaria fama toccata ai suoi connazionali più illustri pur essendo l’autore di una delle più incredibili opere prodotte dal fumetto Inglese.
L’universo all’interno del quale l’eroe, il quale da il titolo al fumetto, si muove è pervaso da abbondanti elementi fantascientifici, non mancano infatti navi spaziali, armi altamente tecnologiche, dimensioni parallele e milizie di cloni tanto amate in Guerre Stellari. Al pari di quella fantascientifica troviamo la presenza di un’altrettanta forte componente, quella mistica e spirituale. Alcuni simbolismi ricorrono per tutta l’opera come quelli legati ai tarocchi o i continui richiami alla figura salvifica del Cristo; più in generale si nota un’importante influenza di molte filosofie New Age.

sparo

La prima bellissima sequenza di sparo

La costante frizione tra una razionale degli eventi, tipica della fantascienza più classica e un’interpretazione più trascendente, è ben rappresentata dall’episodio dell’esorcismo in cui a fronte di continui elementi metafisici si contrappone una decisa stigmatizzazione della superstizione; dicotomia questa che pervade l’intero volume e che offre interessanti spunti di riflessione.
Con una commistione di elementi narrativi tanto eterogenei tra loro la trama non poteva non essere altrettanto complessa. L’espediente degli universi paralleli permette all’autore Britannico di evidenziare le sue capacità inventive, proponendo, nello svolgersi della storia, numerose ucronie la più importante delle quali farà da sfondo alla maggior parte della vicenda. L’intera narrazione avviene attraverso svariati espedienti il numero dei quali mette in luce il grande lavoro svolto da Talbot. Si passa dalle brevi Breaking News inserite tra gli spazi bianchi delle vignette ai lunghissimi articoli di stampo giornalistico.
Alla strabiliante profondità narrativa l’Inglese è riuscito a conciliare un’altrettanta strabiliante ricchezza visiva. Ogni singola vignetta dell’opera è costituita da un tratteggio fittissimo e ricco di particolari nei quali l’occhio si perde e si delizia allo stesso tempo. Tanta perizia non si esaurisce nell’ostentazione del bel disegno (il quale sarebbe stato comunque apprezzato) ma trova una sua ragion d’essere nella resa della Londra dispotica, città in cui accade la maggioranza dei momenti chiave del racconto. Questo stile dettagliatissimo e “sporco” allo stesso tempo rende in maniera perfetta il degrado in cui è sprofondato il Regno Unito trasmettendo al lettore quel senso di sudiciume che è anche e soprattutto morale. Probabilmente l’unico contesto in cui questo genere di approccio mostra dei limiti risulta quello prettamente fantascientifico del parallelo 00 ma ammetto che sia un peccato ancor meno che veniale.
Anche lo stile della tavola e delle sequenze delle vignette è caratterizzato dalla continua diversificazione, senza peraltro che questo influisca minimamente sulla loro leggibilità. Sono presenti praticamente tutte le catalogazioni presenti in McCloud; particolarmente interessante è il frequente utilizzo del passaggio di vignette “da aspetto ad aspetto” solitamente meno presente nel fumetto europeo e più tipico di quello orientale.
In molte recensioni si parla spesso della questione del ritmo, su quanto sia di cruciale importanza per la riuscita di una storia avvincente, ebbene il punto forte, tra i molti, di Luther Arkwright sta proprio nella magistrale gestione del ritmo. Troppo spesso si pensa che per dare i giusti tempi ad una storia di fumetti sia sufficiente operare sulla grandezza delle vignette, purtroppo questa non è l’unica condizione sufficiente. Bryan Talbot gestisce il ritmo in maniera esemplare operando sui disegni e sul testo allo stesso tempo; lo fa sia a

tratteggio

Il fitto tratteggio e le lunghe didascalie

livello macro nella gestione degli eventi, sia a livello micro calibrando ogni singolo particolare. Sviluppa il racconto alternando momenti di pura azione e momenti molto meno concitati. Gestisce l’occhio del lettore su due livelli, modulando la presenza di testo nelle tavole, troviamo pagine al limite del verboso alternante a pagine completamente mute e proponendo continue sperimentazioni visive. Molte sequenze di sparo rimangono memorabili; all’interno di scene action, in cui la lettura tende a farsi più frenetica, Talbot blocca il tempo improvvisamente con ripetizioni di vignette mute facendo così aumentare il pathos della scena; questa continua contrapposizione stilistica rende la lettura mai banale aggiungendo complessità.
Ogni opera d’arte è chiaramente figlia del suo tempo, questo assioma è chiaramente applicabile anche al presente fumetto. Il riferimento e una non poco velata critica all’allora governo Thatcher è palese e certamente voluta, questo però non impedisce all’opera di trascendere il suo tempo; l’elevata qualità la quale la contraddistingue non si esaurisce di certo nella sua collocazione storica.
Una lettura complessa dal forte sapore inglese la cui lettura non può non essere consigliata a qualsiasi appassionato di fumetto e non solo; un opera in grado di chiarire meglio da che presupposti nasce il contributo britannico al fumetto americano e non solo.

 

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8 thoughts on “Le Avventure di Luther Arkwright (1978) di Bryan Talbot

  1. Quando ho visto apparire sul lettore di post di WP il titolo del tuo post, mi sono subito avvicinato ad esso con la grata serenità di chi sta per assaporare un liquore pregiato, di cui tutti i propri sensi ben conoscono la profondità e la delicata armonia degli aromi con cui mani esperte hanno a suo tempo decantato la genesi: si, infatti, allora comprai ed amai l’opera magna di Talbot, di cui conservo ancora delle copie (ho l’edizione della Phoenix in volumetti singoli) firmate di suo pugno dall’autore (per altro forte bevitore di whisky).
    Ciò che non immaginavo (ma avrei dovuto, visto i tuoi precedenti pezzi sul fumetto) era la cura e l’esaustività con cui hai dipanato l’opera, cercando al contempo di mettere sull’avviso un lettore ignaro e che, specie se profano, si avvicinasse troppo baldanzoso ad un’opera in ogni caso richiedente concentrazione, per poter essere apprezzata nel suo valore.

    A suo tempo iniziai sul mio blog un’operazione da me, ahimè, mai conclusa (virai ben presto su soggetti sempre filmici o televisivi), nella quale avrei voluto narrare delle opere a fumetti a mio avviso imperdibili, una sorta di mini-biblioteca perfetta, contenente capolavori da non perdere (qualcosa di simile è oggi praticamente impossibile da fare con la narrativa tradizionale, che vanta qualche millennio sul groppone e che solo di classici invaderebbero gli scaffali di qualsiasi dipartimento linguistico e che prevederebbe selezioni provocatorie ed assolutamente dettate dall’impulso del momento): avrei ristretto (a grandissima fatica) il cerchio ad una ventina circa di opere, tra cui, oltre ovviamente al Mort Cinder di cui ho discettato a suo tempo (nell’unico post di quella Top 20 uscito sul mio blog), avrei parlato anche e proprio di Luther Arkwright; ebbene, non ho timore nel dire che dopo aver letto il tuo articolo al riguardo, non avrei mai saputo dire di meglio o di più, se non fuffa inutile.
    Prendo perciò il tuo post ed idealmente lo inserisco nella mia Top 20 e così farò con chiunque mi chieda notizie al riguardo, rimandando al tuo blog ed al tuo pezzo encomiabile.

    • Grazie mille per i complimenti, ho cercato di fare del mio meglio ben sapendo che un opera del genere sarebbe sfuggita a qualsiasi mio proposito di esaustività. Come ho cercato di ripetere spesso nella recensione è un fumetto veramente ricco di contenuti e appena finita di scrivere già avevo in mente altri interessanti spunti che sarebbero potuti essere aggiunti.

      I tuoi complimenti mi fanno piacere perchè conosco la tua passione e la tua conoscenza di questo mondo. Mi sono imbattuto nel tuo blog proprio leggendo la ormai, purtroppo, abbandonata sezione fumetti; non ti nascondo che spesso però vado a controllare se magari la voglia di terminare la famosa top20 ti sia tornata.

      Chiudo segnalandoti un altro blog (fuori wordpress) molto interessante perchè partendo dal tuo stesso presupposto l’autore ha cercato di fare una sua top300 purtroppo anche questo arenata ma vale comunque la pena dargli un occhiata. Ti lascio la sorpresa di scoprire di chi è stato allievo l’autore del blog😉 a presto!

      • Il fumetto è stato e resta una mia grande passione e siccome continuo a leggerne ed a comprarne, sono certo che il progetto Top 20 prima o poi si concluderà, ma il mondo va avanti ed io sono grato di essermi potuto imbattere in persone appassionate e competenti come te ed il losco figuro (camola letteraria) con cui condivi lo spazio web qui su WP…
        Sono corso a vedere e porca boia, quale maestro!
        Vere come mentore Jacovitti, deve essere stato per il nostro svizzero Ned davvero un bel viatico!!!
        Quelle lische di pesce messe là, per terra in fondo alla vignetta, le sue iconiche tavole, fanno parte del mio immaginario…
        Grazie di tutto (frase che detta così ricorda molto il “So long, and thanks for all the fish” di Douglas Adams e mi piace ricordarlo ogni volta che la uso), sinceramente.

    • Rispondo sul commento principale perchè wordpresso limita le risposte nidificate a quanto pare. Sapevo che avresti apprezzato i trascorsi del bravo Ned come io ho apprezzato molto la citazione fresco come sono dalla lettura della guida 😉

  2. Complimenti per la preziosa analisi di un fumetto non molto conosciuto qui da noi, ma davvero notevole… ricordo che ne rimasi affascinato quando lo scoprii scartabellando nelle fumetterie di Dublino, vent’anni fa.

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