Il racconto dell’ancella (1985) di Margaret Atwood

63La notizia che nel 2017 sarebbe arrivata una serie con Elizabeth Moss (Mad Men) tratta dal romanzo in questione ha spinto il mio pigro interesse a informarmi e mi sono subito immerso nella lettura di questa distopia declinata al femminile, spiazzante e notevole. La Atwood immagina che alla fine del XX secolo gli Stati Uniti siano ridotti ad un regime totalitario in cui le donne sono sottoposte al volere dell’uomo: private di libertà, indipendenza economica e qualsiasi diritto le donne sono solamente funzionali al nuovo sistema. La protagonista, Difred, è un’ancella e la sua funzione è quella di prestare il proprio corpo ancora fertile alla riproduzione e viene assegnata alla famiglia del Comandante dove appunto, ciclicamente, dovrà copulare in presenza della moglie dell’uomo. Difred non ha scelta e si lascia travolgere dagli eventi senza averne il minimo controllo.  La particolarità di questo romanzo sta, a mio avviso, nella forma di narrazione (interrotta solo nell’intelligente epilogo finale) della vicenda: Difred racconta quanto le accade in modo frammentario, il suo è un soliloquio, un dialogo con sè stessa attraverso il quale cerca di ritrovare la sua identità a volte con successo, a volte smarrendosi ancor di più. Questo fa sì che il lettore non abbia subito un quadro completo del regime, delle sue regole e di cosa abbia portato alla fine del mondo come lo conosciamo e l’interesse verso la storia aumenta col passare della lettura. Lo sguardo di Difred è limitato alla sua condizione di ancella, al mondo che le è concesso di vedere attraverso l’abito rosso distintivo che viene assegnato alla sua categoria: ogni piccola conquista prevede un penoso e pericoloso rovescio della medaglia e ogni elemento in più ci permette di conoscere con orrore le derive del regime.  Di lei il lettore non sa nulla, nemmeno sul suo aspetto fisico e così anche gli altri personaggi sono visivamente lasciati all’immaginazione: ogni descrizione è ridotta al minimo, ogni cosa, ogni persona è filtrata dalle sensazioni della nostra Ancella, quasi avesse paura di essere scoperta anche solo a raccontare. Sembrerebbe scontato un confronto con 1984 o Il Mondo Nuovo o altri romanzi del genere, ma è appunto nella forma di racconto intimo che l’opera della Atwood ottiene una sua rilevanza e distinzione, scostandosi dai maestri del genere e immaginando una distopia con gli occhi di una vittima incapace di reagire, di una protagonista non in prima fila, lontano dalle dinamiche di palazzo e da rivolte organizzate. La distopia immaginata in questo caso porta a riflettere non solo sulle conseguenze sulla società totalitaria nel suo insieme, ma si sofferma sulla disintegrazione dell’essere umano in quanto tale e nello specifico dell’essere donna e lo fa nel modo più semplice e doloroso possibile. Da leggere.

Nolite te bastardes carborundorum

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One thought on “Il racconto dell’ancella (1985) di Margaret Atwood

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