La fabbrica delle mogli (1972) di Ira Levin

51ktnqwt9l-_sx298_bo1204203200_Joanna Eberhart si trasferisce a Stepford con marito e figli pronta per avviare una nuova vita e dedicarsi alla fotografia, passione che le rende anche qualcosa. Quasi subito Joanna inizia però a notare con stupore la mitezza e “perfezione” delle donne della cittadina: tutte si dedicano alla casa, sono sempre sorridenti e accondiscendenti e lei inizia a sospettare che ci sia qualcosa dietro in relazione all’Associazione Maschile di cui fanno parte solo i mariti di Stepford. Ira Levin, di cui ho intenzione di recuperare gli altri classici che hanno avuto fortuna nel cinema come Rosemary’s Baby e I ragazzi venuti dal Brasile, si inserisce nel quotidiano della famiglia americana medio borghese e, attraverso un discorso femminista, introduce paranoie fantascientifiche e derive terrificanti in modo esemplare. La vita di Joanna ci viene presentata nella sua normalità, tra faccende di tutti giorni, qualche scatto riuscito di fotografia, un menage matrimoniale consolidato e la voglia di inserirsi dando il proprio tempo libero alla vita di società, cosa che però sembra preclusa alle donne: le uniche con cui riesce ad avere sintonia sono coloro che, come lei, sono da poco arrivate in città e che sembrano ancora non essere asservite ad un modello familiare che a lei risulta obsoleto e poco edificante. La bravura dell’autore sta nel farci entrare piano piano nella vita di Joanna, i suoi dubbi iniziano ad essere i nostri, ma nello stesso tempo non sappiamo mai quanto ci sia di vero (se non nell’amaro finale): ogni elemento può essere visto in modo opposto a come sembra e forse quella di Joanna è solo paura di arrendersi ad una vita che non fa per lei. Il racconto sembra non prendersi a volte sul serio, sorridendo quasi dell’assurdità delle paranoie della donna, ma andando avanti nella lettura il senso di pericolo si percepisce e la sorte di Joanna inizia a preoccuparci sinceramente. La forza della critica ad un certo tipo di società che emerge dal romanzo sta proprio nell’aver inserito questo messaggio in un contesto familiare consueto e “normale” scardinando dinamiche proprie del rapporto di coppia e ponendo interrogativi sulla preferenza o meno di un certo tipo di famiglia: domande ancora molto valide a più di 40 anni dall’uscita.  Piccolo classico di forte impatto.

La signora incaricata del «Benvenuto a Te», sessant’anni almeno ma efficiente nel darsi un aspetto giovane e vivace (capelli arancione, labbra scarlatte, abito giallo sole), rivolse a Joanna uno scintillio di occhi e denti: «Vi piacerà stare qui, sicuro! Una cittadina simpatica con gente simpatica! Non avreste potuto fare scelta migliore!»

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