Grandi speranze (1860) di Charles Dickens

9788854165144_0_0_1553_80Dopo alcune letture ormai impolverate nella mia prima adolescenza, edizioni per ragazzi o poco più, mi scopro ormai adulto a non aver mai letto un vero e proprio romanzo del maestro Dickens e, complice una pratica edizione tascabile Newton, mi sono gettato sul notevole e paradigmatico romanzo in questione. Viene considerato uno dei capolavori dell’autore e non posso non essere d’accordo con la critica mondiale e lo trovo esemplare come romanzo di formazione. La storia, narrata in prima persona, è quella di Pip, un orfano di un piccolo villaggio poco lontano da Londra, cresciuto con fatica dalla sorella e suo marito, che da piccolo si ritrova suo malgrado ad aiutare un detenuto ai lavori forzati in fuga nella palude vicino casa e che, successivamente, verrà preso sotto la protezione di Miss Havisham, una donna particolare e solitaria. Crescendo, Pip scoprirà di avere accesso ad una ricchezza quasi illimitata e potrà disporne per diventare un gentiluomo e alimentare “grandi speranze” a patto di non cercare di scoprire chi è il suo benefattore: da qui una serie di errate convinzioni ed eventi porteranno il nostro a vivere a Londra, innamorarsi, dimenticare il passato e scoprire qualcosa delle sue speranze. La cosa che mi ha subito colpito del romanzo è il tono con cui vengono esposte le vicende: anche nei momenti più cupi c’è quel senso a volte tragicomico, a volte amaro che non appesantisce ma smorza e alleggerisce il peso della narrazione. Dickens ad una prima lettura mi sembra si distacchi dal romanzo ottocentesco per entrare con il suo stile quello che sarò poi il romanzo moderno e oserei dire contemporaneo, un romanzo attento alla quotidianità e all’ambiente in cui i personaggi si muovono. Questa attenzione e questa semplicità elegante e, oserei dire quasi perfetta nella narrazione, si ritrovano nella caratterizzazione dei personaggi: siamo lontani da caratteri ben definiti, i cattivi non sono così cattivi e stesso vale per i buoni e le singole sfaccettature si amalgamano alla perfezione con lo svolgimento della vicenda e i vari colpi di scena.  L’altra cosa che mi ha colpito al termine della lettura e che mi fa vedere il romanzo come un’opera paradigmatica è la sua completezza nell’affrontare praticamente di tutto: si va dal romanzo di formazione alla storia d’amore più romantica e passionale possibile, dall’avventura al mistery, dalle scenette comiche ai drammi più strazianti e il tutto è incastrato alla perfezione senza risultare pedissequo o scollegato, ma la superba narrazione mescola gli ingredienti senza far sentire la mano, tenendo anche conto che veniva pubblicato a puntate settimanali su una rivista e che quindi bisognava mantenere alto l’interesse dei lettori. Non aggiungo altro, la mia ammirazione per Dickens ne è solo uscita fortificata e non posso che consigliarne la lettura.

“Ero troppo codardo per fare quello che sapevo essere giusto, così come ero stato troppo codardo per evitare di fare quello che sapevo sbagliato. A quel tempo, non avevo avuto nessuna esperienza del mondo e non imitavo nessuno dei suoi molti abitanti che agiscono in questo modo. Genio assolutamente naturale, scoprii questa linea di condotta tutto da solo.”

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