La moglie (1966) di Giovanni Dusi

2560035418983_0_0_0_768_75Un uomo si ritrova col sospetto che la moglie lo possa tradire, si trova in villeggiatura e lentamente il sospetto si trasforma in certezza: la discesa nella più totale paranoia porta l’uomo a confrontarsi con quanto sempre creduto sulla sua vita di coppia. Un romanzo trovato in soffitta le cui pagine ingiallite hanno restituito una prosa elegante e affascinante e la cui storia – forse a tratti invecchiata un po’ male – porta il lettore a perdersi nei dubbi esistenziali del protagonista, con il quale – va detto – non riesce sempre a empatizzare. Il racconto in prima persona del protagonista è teso, non c’è un momento di pausa, il tono è sempre drammatico e non troviamo battute o attimi di leggerezza, ma solo semmai sarcasmo e provocazioni nello stuzzicare la controparte femminile. L’invecchiamento poco riuscito invece sta in questo: la disperazione dell’uomo nasce dalla convinzione che sia impossibile, anche solo pensarlo, per sua moglie, di innamorarsi e avere una storia adultera, come se questa prerogativa sia di esclusivo appannaggio maschile e la cosa nel 2020 stona e non poco. Detto questo, contestualizzando cioè la vicenda negli anni 60, inserendola in una classe sociale più che benestante (il marito sempre in viaggio per lavoro in Italia e non, la donna a casa o in vacanza), la lettura mi ha ricordato piacevolmente un certo cinema dell’epoca (potrei citare sempre il solito Antonioni che adoro e certo cinema francese) per questo modo molto convinto di affrontare i drammi amorosi, elevando il tradimento da semplice incidente o schermaglia amorosa a catastrofe esistenziale. Le ambientazioni spesso solo accennate sono invece efficaci e sembra di muoversi attraverso realtà urbane in evoluzione, ogni luogo rappresenta una possibilità per qualcosa di nuovo e diverso, i continui spostamenti del marito che non trova pace ci mostrano un mondo, quello degli anni ’60, pieno di opportunità e diametralmente opposto al tormento interiore senza scampo del nostro protagonista. Non si tratta di un romanzo che consiglierei a chiunque, può risultare pesante e in alcune parti forse ridondante, ma offre uno spaccato di vita coniugale sincero e disarmante: la perdita della fiducia, la sfida continua, il rimanere nelle proprie convizioni, il lasciarsi trasportare da paranoie perdendo quasi il contatto dalla realtà. Potrei consigliarlo anche solo per conoscere l’autore – di cui ignoravo l’esistenz – , ovvero un personaggio atipico del dopoguerra, ingegnere che aveva partecipato alla Resistenza, di cui si hanno poche notizie online attualmente e che ha scritto una manciata di romanzi, ricordato per la sua sobria tensione sociale mista ad una passione per la dimensione interiore.

“Esco un’altra volta. Incomincia la notte, le ore in cui la città può apparire avventurosa: un’eccitazione, una specie di fretta, mentre inizia la parte ultima della giornata. Ora sembra tutto possibile e facile, anche se so che non è vero, che non può accadere nulla.”

“Quando si parla di qualsiasi cosa, di noi, di un libro, di un amico, di uno spettacolo, di un avvenimento politico, è impossibile non provare piacere ad ascoltarla e a risponderle. E’ stimolante, sempre, in ogni caso, con lei non mi annoio mai, è l’unica persona di cui non mi sono mai stancato…”

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