Rumore Bianco (1985) di Don DeLillo

200px-White_NoiseAvete presente quella frase che dice tipo “la vita è quella cosa che succede mentre fai altre cose?”, credo fosse di John Lennon. Ecco, il romanzo in questione per gran parte della lettura mi ha fatto provare quella sensazione. La storia del Prof. Jack Gladney, docente di “studi hitleriani” in un piccolo college del Midwest e della sua famiglia allargata, sposato per svariate volte e ora insieme alla solare Babette si dipana tra chiacchiere con i colleghi, diatribe infinite con i figli e lunghe escursioni al supermercato locale, lanciando sempre uno sguardo sulla vita di provincia. Tra una riflessione e l’altra però accade un imprevisto: una nube tossica si abbatte sulla cittadina e la popolazione è costretta ad evacuare, un minimo contatto con l’aria contaminata spingerà il nostro professore ad affrontare quella paura latente in ognuno di noi, quella pura e semplice della morte. Sembra quindi che il romanzo, nella sua forma classica di incipit-svolgimento-conclusione si avvii in questa seconda parte in cui lo sguardo dell’autore/Gladney si fa più smarrito ma diventa anche più chiaro il senso dei discorsi e la natura delle riflessioni che ci hanno accompagnato dalla prima pagina. Delillo mi aveva già turbato a suo tempo quando ero incappato in Cosmopolis, ma la mia totale incapacità di comprendere le dinamiche capitalistiche e quotazioni in borsa, mi aveva lasciato abbastanza indifferente. In questo caso invece sono rimasto affascinato dal suo stile (viene definito post-modernista come David Foster Wallace) e sono riuscito a seguire la “storia” pur non essendo in definitiva un romanzo vero e proprio ma uno scorrere di eventi filtrato dalle sensazioni del protagonista. Quello che rimane, più che le conseguenze disastrose della consapevolezza della morte, è l’insieme di discorsi e dialoghi, spesso sfiancanti tra i protagonisti, che gettano luce sulla società dell’epoca e anche sulla nostra. L’autore ironizza con sconcerto sul mondo accademico, sulla vita placida e al sicuro dai pericoli delle piccole cittadine tutte uguali della provincia americana, sugli effetti del capitalismo – il supermercato come nuovo centro della società – sulla farmacodipendenza e sull’incapacità di affrontare le nostre paure. Il rumore bianco come elemento sempre presente in noi ma che cerchiamo inconsciamente di coprire, di mimetizzare e ovattare nel brusio delle attività che portiamo avanti nella nostra vita. Il rumore bianco prodotto dalle onde che non vediamo ma che sono prodotte dal consumismo, dalla tecnoloogia, da tutto ciò che annulla la nostra “spiritualità”, come dice Murray, il collega pensatore di Gladney. 

“Secondo un mio amico, è per quello che la gente va in ferie. Non per riposare o divertirsi o vedere posti nuovi. Per sfuggire alla morte insita nelle cose di tutti i giorni.”

“La famiglia è la culla della disinformazione mondiale. Nella vita di famiglia dev’esserci qualcosa che genera gli errori di fatto. L’eccesso di vicinanza, il rumore e il calore dell’essere. Forse anche qualcosa di più profondo, come il bisogno di sopravvivere. Murray sostiene che siamo creature fragili, circondate da un mondo di fatti ostili. I fatti minacciano la nostra felicità e sicurezza. Più a fondo investighiamo mella natura delle cose, più incerta può sembrar diventare la nostra struttura. Il processo famigliare tende a escludere il mondo. Piccoli errori diventano capitali, le finzioni proliferano.”

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